Cenni Storici

Riaperta a Milano la Casa di Alessandro Manzoni
Cinquant’anni dopo gli ultimi lavori, una nuova opera di ristrutturazione, grazie 
al sostegno di sponsor, è stata completata con l’obiettivo di offrire ai visitatori 
un percorso espositivo più ampio e un polo di interesse culturale

Milano - Martedì 6 ottobre 2015, dopo i lavori per il restauro conservativo e la riqualificazione, riaperta al pubblico la Casa di Alessandro Manzoni a Milano. L’intervento, sostenuto da Intesa Sanpaolo in convenzione con il Centro Nazionale Studi Manzoniani, si è articolato in una serie di interventi riguardanti sia la ristrutturazione dell’edificio, sulla base di un progetto elaborato dallo Studio De Lucchi, sia una rinnovata programmazione dell'offerta. L’allestimento del Museo Manzoniano è stato ripensato con un taglio scientifico nuovo, secondo i più aggiornati orientamenti museologici e museografici, grazie al contributo del Consiglio Direttivo e del Comitato Consultivo di Casa Manzoni e sotto la supervisione del professor Fernando Mazzocca, uno dei massimi esperti internazionali di arte italiana dell’Ottocento. Per l’inaugurazione sono in programma letture di brani di Alessandro Manzoni, a cura dell’associazione culturale Dramatrà. Inoltre verrà inaugurata l’apertura del Giardino di Alessandro: giardino della dimora di Alessandro Manzoni, che ora fa parte delle Gallerie d’Italia, polo museale milanese di Intesa Sanpaolo.



Nella sua lunga esistenza Alessandro Manzoni ha vissuto in molte case, ma l’unica che possa essere considerata veramente sua è quella di via Morone 1. Dopo il matrimonio con Enrichetta Blondel (1808) e la nascita di Giulietta, lasciando quasi definitivamente Parigi, nel 1810 la famiglia Manzoni trova una provvisoria sistemazione in via San Vito al Carobbio n. 3883, e poi una più gradita ospitalità nel palazzo Beccaria, al 6 (allora n. 1571) di via Brera: qui, dove era nata Giulia, il 21 luglio 1813 nacque il secondogenito Pietro.

La famiglia e il desiderio di una dimora stabile in Milano spinsero Alessandro Manzoni ad acquistare un palazzetto in contrada del Morone all’angolo con piazza Belgioioso, chiamata di San Martino in Nosiggia, nome della chiesa da poco lì demolita. Il palazzo, di proprietà di don Alberico de Felber, fu acquistato il 2 ottobre 1813 al prezzo di L. 107.000.
Tra le ragioni vincenti per la scelta della casa De Felber vi era anche la sua collocazione al centro della città. Il cerchio familiare era garantito dalla vicinanza dei pochi veri amici: Federico Confalonieri e Silvio Pellico in via Monte di Pietà, il Porta e i Verri in via Monte Napoleone, Vincenzo Monti in via Brera. A pochi passi sorgevano la Biblioteca Ambrosiana, la Braidense, il Gabinetto Numismatico diretto dall’amico Gaetano Cattaneo, le librerie di Santa Margherita e della Contrada dei Servi. Una centralità topografica che permetteva di unire le esigenze dello studioso alle istanze affettive.

Dopo la sua morte la casa venne posta in vendita dagli eredi al prezzo di L. 280.150. Fu acquistata dal conte Bernardo Arnaboldi Gazzaniga, il quale, rispettoso delle memorie manzoniane, permise la visita allo studio e alla camera da letto nell’anniversario dell’«Illustre Defunto».
Nel 1919 la casa passò ad Attilio Villa e nel 1922 ai fratelli Dubini. Quindi nel 1937, divenuta proprietà della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, fu da questa donata al Comune di Milano purché fosse destinata in uso perpetuo ed esclusivo al Centro Nazionale Studi Manzoniani.


Nei primi anni Quaranta il fabbricato venne passato dal Centro, che ne manteneva perpetuo e completo usufrutto, in proprietà al Comune di Milano. Il Centro trovava però la casa in parte alterata dalle successive proprietà, che avevano modificata la distribuzione e la destinazione dei locali. Sotto la guida dell’allora conservatore Marino Parenti vennero avviati i lavori di ripristino per riportare la casa nelle condizioni in cui si trovava alla morte di Manzoni. I lavori di restauro vennero interrotti per le vicende della Seconda guerra Mondiale; furono poi ripresi e completati negli anni ’60 quando, il 15 dicembre 1965, venne inaugurato il Museo Manzoniano.
Cinquant’anni dopo, in concomitanza di Expo 2015, una nuova opera di ristrutturazione è stata completata grazie al sostegno di Intesa Sanpaolo, con l’intenzione non solo di offrire ai visitatori un percorso espositivo più ampio, ma anche di rendere Casa Manzoni un ancor più vivace polo culturale aperto agli studiosi e all’intera cittadinanza.
Red.





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Ponte Vecchio di Lecco
nel solco di una storia multisecolare

Lecco - Si chiude un periodo “storico” per il multisecolare ponte di Azzone Visconti: era iniziato lunedì 18 luglio 1960 quando il trecentesco manufatto, rimesso a nuovo dall’intervento dell’ANAS, secondo un progetto del Collegio Ingegneri ed Architetti di Lecco, veniva riaperto al traffico. I lavori erano iniziati nel marzo 1959 ed avevano avuto momenti di sospensione per l’intervento della Sovrintendenza delle Belle Arti, che aveva raccolto le proteste di taluni ambienti preoccupati da un progetto ritenuto non troppo fedele alla conservazione dell’antichissimo monumento. Non mancarono animate sedute di Consiglio Comunale, con il sindaco Angelo Bonaiti; vi furono interventi di parlamentari, come il senatore Piero Amigoni e l’onorevole Ugo Bartesaghi. Vennero, poi, realizzati i putrelloni che sorreggono le lastre di cemento dei marciapiedi a sbalzo, ritenuti il male minore per una struttura chiamata a coniugare conservazioni storiche, ma anche necessità viabilistiche, economiche e sociali di un vasto territorio connesso al ponte stesso. L’ANAS, a lavori conclusi, affidava il Ponte Vecchio, per la manutenzione, al Comune di Lecco.

In quell’occasione il compianto giornalista Dino Brivio (che riposa nel cimitero del suo rione di Rancio Alto), ebbe a scrivere “Ormai quel ponte è nostro e ce lo dovremo tenere così com’è: sperando, caso mai, che le putrelle impiegate siano di acciaio buono se no, fra un po’, succederà come i sostegni di ferro messi in opera nel 1909, che arrugginirono e furono sul punto di rompersi, costringendo a chiudere i marciapiedi. I soli ad essere soddisfatti sono i pescatori che a frotte hanno invaso il marciapiede verso valle con le loro lenze ed i pentolini dei vermi”.

Un sussulto di nuova storia sembrò delinearsi nel marzo 2002, quando il compianto sindaco di Malgrate, Gianni Rota, lanciò, in una seduta consiliare di palazzo Agudio, la proposta, sicuramente affascinante, di “131 metri di tracciato solo pedonale per tutta la lunghezza del Ponte Vecchio”. La proposta giungeva dopo l’apertura dell’attraversamento viabilistico di Lecco. Provocò subito divergenti considerazioni, in particolare si chiese un’attenta verifica per non tornare a fare intasare via Leonardo da Vinci, o caricare il già ingolfato nodo viabilistico di corso Carlo Alberto verso il Terzo Ponte. Certo, si sottolineò da più parti, sarebbe bello camminare sulle orme di una storia lunga sette secoli, avviata tra il 1336 ed il 1338, una storia che ha visto il ponte visconteo, oltre che un importantissimo passaggio stradale, praticamente divenire una piccola, ma salda, fortezza galleggiante, caposaldo avanzato con ponte levatoio e torretta del triangolo fortificato del borgo di Lecco. Qualche lettore scrisse ai giornali, evidenziando che sarebbe stato veramente romantico “passeggiare tranquillamente sul ponte, guardando tutto il panorama, in particolare a valle, verso Pescarenico, verso la singolare mini isola caratterizzata dalla torretta cilindrica, collocata sulla punta meridionale”.
Il sogno non si è realizzato, come può ricordare anche l’arch. Antonello Longoni dirigente del Comune di Lecco, che, in occasione di un incontro con il sindaco Gianni Rota, ebbe modo di soffermarsi anche su questo affascinante progetto di un ponte del 1300 sulle orme della storia.
Aloisio Bonfanti



























A Varenna una mostra dedicata 
a Pietro Vassena e al sommergibile C3

Sessantacinque anni dopo la strepitosa impresa compiuta dal batiscafo C3 di Pietro Vassena (Argegno marzo 1948), l’Amministrazione Provinciale di Lecco promuove una mostra dedicata al grande inventore lecchese, nato a Malgrate nel 1897 e scomparso nel Comune nativo nel 1967. La mostra verrà inaugurata venerdì 14 giugno, alle ore 17, presso Villa Monastero di Varenna.
Dal libro “Il lago di Lecco” di Aloisio Bonfanti, uscito nel novembre 1977 con l’Editrice Stefanoni di Lecco, pubblichiamo uno stralcio del capitolo XII, dedicato al sommergibile C3.


Pietro Vassena ed il sommergibile C 3, un binomio che richiamò l'attenzione internazionale sul lago di Lecco. Arnaldo Ruggiero, decano dei giornalisti lecchesi, sul settimanale « Il Resegone » del 31 dicembre 1969 scriveva, a proposito di Pietro Vassena e delle prove con il C 3 negli anni 1946-48: "Mi ricordo quegli esperimenti che avevano destato l'interesse di tutta Italia e di molti Paesi esteri. In quelle occasioni fui tempestato di telefonate e di telegrammi anche da parte di Agenzie francesi, in collegamento con la inglese « Reuter » (agenzia di estensione mondiale) perché fornissi loro i più ampi servizi". Un quotidiano, nel marzo 1948, scriveva di Vassena: "L'inventore Pietro Vassena è nato a Malgrate, vicino a Lecco, nel 1897 da genitori operai. Non è stato a lungo sui banchi della scuola: ha frequentato fino alla terza classe. Le necessità lo costrinsero a guadagnarsi presto la vita; ma le capacità del suo ingegno si rivelarono subito. A 16 anni era capo reparto di una piccola officina, a 18 anni era capo officina presso la Metallurgica Fami di Lecco. Alla fine della prima guerra mondiale si specializzava nella costruzione in conto proprio di motori per fuoribordo e per motoleggere, ricevendo ordinazioni anche per motori grossi da marina. La sua modesta officina è situata all'interno di un grande cortile in via Cavour a Lecco, ed è qui che egli ha realizzato le sue ingegnose invenzioni. Pietro Vassena vanta una dozzina di brevetti, tra cui particolari applicazioni di motore a gasogeno. Da 7 anni conduceva gli studi sui sommergibile che ora è noto in tutto il mondo sotto il nome di C 3".
Com'era fatto il C 3? Il sommergibile presentava una lunghezza di sette metri e una larghezza di due. Lo scafo era di acciaio con uno spessore dai 15 ai 30 millimetri, sufficiente a sopportare la pressione di una colonna d'acqua di seicento metri. Era dotato di due motori, uno elettrico e uno a scoppio; .siimmergeva per allagamento e si sollevava con ossigeno, come un aerostato. Presentava a prora una grossa tenaglia, era stato infatti definito dall'inventore « batiscafo per recuperi marini, di navi affondate e di relitti di ogni genere », e la grossa tenaglia a vite serviva proprio per l'agganciamento dei relitti. Una decina di fari assicuravano l'illuminazione durante le immersioni.
Salito alla gloria con la grande impresa nelle acque del lago di Argegno (primato mondiale di immersione con 412 metri) il C 3 andò perduto nel mare tra Napoli e Capri, per la sbadataggine di un marinaio addetto alla manovra della calata in acqua del sommergibile da una nave-appoggio. Pietro Yassena s'apprestava, nel Tirreno, a un nuovo primato con il suo C 3; si era detto convinto di poter raggiungere i duemila metri di profondità nelle acque marine.
Il sommergibile era costato quindici milioni dell'immediato dopoguerra, nonché sette anni di fiducioso e tenace lavoro condotto fra il sorriso di numerosi increduli! I collaudi, le prime prove, erano avvenute nello specchio d'acqua di Lecco, come ricorda Angelo Vassena, figlio dell'inventore, noto campione di motonautica. "Ero un ragazzino    ricorda Angelo -. Una volta papà mi volle a bordo ed ero ansioso anch'io di salire sul sommergibile di cui tutti i compagni di scuola mi chiedevano notizie. C'era con noi un giornalista. Fu una domenica pomeriggio, allargo dell'imbarcadero di Lecco, con migliaia di persone assiepate sulle sponde ad osservare. Ebbi un po' di paura perché il lago mi apparve melmoso, oscuro, troppo diverso da quello che appariva in superficie con il sole".
Sulla grande impresa di Argegno, Pietro Vassena dichiarò ai giornalisti: "L'immersione è stata molto regolare. Ad una profondità di 50-60 metri l'acqua appariva ancora torbida, ma venti metri più sotto, la rifrazione dei raggi solari illuminava l'abisso con larga visualità. 

Dagli ottanta ai centoventi metri l'acqua andava assumendo un colore sempre più cupo, di un bel verde bottiglia, e fu necessaria allora l'accensione dei fari per conservare la visualità all'intorno. In venti minuti il fondo del lago fu raggiunto, e non fu senzo sorpresa che ci accorgemmo di essere adagiati sulla roccia levigatissima del fondo-lago, per molti aspetti paragonabile ad una vastissima strada asfaltata. A 410 metri di profondità l'acqua non presentava vegetazione e si notava l'assenza assoluta di pesce. All'interno dell'apparecchio, la respirazione era normalissima e la temperatura di 12 gradi annotata alla superficie dell'acqua era passata a 11. Dopo qualche manovra di un centinaio di metri, lo scafo riprendeva quota coi propri mezzi, per nulla avvalendosi dei cavi di sicurezza, ad esso predisposti. Tutta Argegno ha pregato per me e per l'amico Turati, che è sceso con me in fondo al lago, per la grande prova. Mentre noi eravamo là sotto, la Chiesa di Argegno era affollata di uomini, di donne, che davanti agli altari illuminati di centinaia di ceri raccomandavano il buon esito del nostro esperimento. Dopo tanti sacrifici di ogni genere affrontati per il mio progetto e la costruzione del mio C 3, ho avuto finalmente delle soddisfazioni. Due altri modelli hanno preceduto il C 3; il primo è stato costruito a La Spezia, il secondo alla "Badoni" di Lecco, ma avevano ben altro scopo. Il lavoro al terzo modello ho potuto iniziano grazie agli aiuti del Comitato Industriale Alta Italia, con i dirigenti Craveri e Premuda. 
Il passo decisivo è stato possibile alla Canottieri Lecco, con un modellino in scala 1/10, nel 1946". La strepitosa impresa di Argegno avvenne il 12 marzo 1948. Pietro Vassena era nato a Malgrate il 21 aprile 1897; scomparve nel comune nativo il 21 maggio 1967.





























Bentornate Vecchie Glorie del GSG 1947

Lecco -  Nel programma intenso del corrente giugno 2013, presso l’oratorio San Luigi di Lecco centro, sono previste anche partite di calcio delle Vecchie Glorie del Gruppo Sportivo Giovanile (GSG), fondato nel 1947. E’ stato il primo gruppo oratoriano sportivo della città, seguito l’anno dopo (1948) dal gruppo sportivo Zanetti di Castello. La prima nota ufficiale di costituzione del GSG si può trovare sul “Parva Favilla”, notiziario dell’oratorio di Lecco, del dicembre 1947. Nella rubrica “Ieri, oggi, domani” si può leggere “Bontà e salute sono quasi sempre inseparabili. Lo sport è necessario oltre che, naturalmente, per il fisico, anche per lo spirito. Lo ricordino i confirmandi che, con l’aiuto di Colombo Pietro, hanno costituito un gruppo sportivo giovanile per organizzare tornei sportivi di ogni genere. Bravi i nostri sbarbatelli. I calci al football, quando si ha la coscienza a posto, sono un ottimo allenamento anche per la volontà ed un rimedio insuperabile per la malinconia”.

Il Gruppo Sportivo Giovanile ha nel 1967 celebrato, con una serie di manifestazioni, il ventennale. In quel periodo si può leggere “Tutto era incominciato una domenica di ottobre del 1947, nella vecchia sala dei Confirmandi, all’ombra del bel campanile della basilica di San Nicolò. Convocati da Pietro Colombo, un giovane che da tempo maturava l’idea di formare un gruppo sportivo, si trovarono un centinaio di ragazzi. Nel giro di un’ora la nuova società era ufficialmente costituita. I primi dirigenti furono, oltre a Pietro Colombo, Gianfranco Sacchi, Claudio Maffeis, Giuseppe Pizzagalli, Luigi Tentori, Ottavio Abbate, Gerardo Manzoni, Giuseppe Ponzoni, Bruno Dozio ed altri”.

L’anniversario del 65°, che era lo scorso anno, è passato sotto silenzio. Sarà bene allora, muovendo dalle partite attuali delle Vecchie Glorie, ricordare qualche pietra miliare del GSG, con un’attività che è andata dal calcio al ciclismo, dall’atletica al tennis da tavolo, dalla pallavolo femminile alle gimkane motociclistiche che si tenevano intorno al 21 giugno, festa di San Luigi Gonzaga. Erano quest’ultime gimkane che vedevano il determinante contributo organizzativo del Moto Velo Club Lecco ed anche del Vespa Club.

Nel cammino dei 65 anni trascorsi possiamo annoverare tra i primati del GSG quello di aver organizzato, nel 1951, sul campetto del San Luigi, il primo torneo calcistico notturno estivo della città. Vinse la squadra di casa, il GSG. L’anno dopo (1952), la finalissima fu un derby fra lo stesso GSG ed il Calcio Lecco che schierava una formazione con il portiere Enrico Corti, i fratelli Mazza, il veterano Piero Radaelli, dalle tante partite in maglia bluceleste. Vinse il Calcio Lecco per 2 a 0. Lo stesso Piero Radaelli (scomparso qualche anno fa a Valmadrera) lo possiamo ritrovare nella formazione che 50 anni or sono (1963) vinse al palio notturno il primo torneo over 35. Nella finalissima venne battuta la squadra del Castello per 4 a 3.

Le cronache sportive del tempo riferiscono che la formazione guidata da Piero Radaelli era scesa in campo con il nome di Caffè Commercio, noto ritrovo in piazza XX Settembre di sportivi blucelesti. La formazione vittoriosa, oltre a Piero Radaelli, vedeva Giancarlo Galli (il medico calciatore), Ivo Simoni, Giuseppe Bonalumi (un bomber), Nino Meregalli (per tanti anni allenatore delle giovanili del Lecco) e Giuseppe Maloberti. Troppo lungo sarebbe ora ricordare gli avvenimenti di 65 anni all’insegna dello sport per la gioventù. C’è l’augurio che le vecchie glorie del GSG, giocando in queste serate di giugno sul polveroso campetto del San Luigi, scrivano uno degli ultimi capitoli di una storia appassionata, che si proietta, però, nei nuovi impianti che il progettato centro parrocchiale comunitario intorno alla basilica vorrà riservare ad un’attività sportiva sempre intensa, nel solco formativo e ricreativo tracciato dal GSG 1947.
Aloisio Bonfanti








































Malgrate vuole unirsi a Lecco
Il progetto già esisteva il secolo scorso

Malgrate _ Vi sono state recentemente dichiarazioni del sindaco di Malgrate, Gianni Codega, favorevoli all’unificazione con Lecco. Sarebbe un’unificazione che sembrava alla vigilia della realizzazione già nel 1930.
Doveva essere, infatti, più estesa, superando il corso del fiume Adda ed aggregando altre realtà municipali “la Grande Lecco”, costituita tra il 1923 ed il 1928. I lavori della commissione speciale per l’unificazione si conclusero con la presentazione ufficiale al Ministero dell’Interno della richiesta di aggregazione, oltre i Comuni di Castello, San Giovanni, Rancio, Laorca, Acquate, Germanedo e Maggianico, anche di “Malgrate e Pescate, nonché, per ragioni di continuità territoriale, delle frazioni Ponte Azzone Visconti e San Michele al Monte Barro, del Comune di Galbiate.
La richiesta di estendere la “Grande Lecco” trovò consensi in sede governativa e romana ed ad inizio anni ’30 si realizzò a tempo di record il nuovo cimitero monumentale della città di Lecco, al Gaggio di Malgrate, sotto le pendici del Monte Barro. E’ stato il cimitero che, partendo dal 1933, fra vialetti, tombe, loculi pronti, è rimasto inutilizzato sino agli anni ‘60/’70 del Novecento, quando ebbe inizio la demolizione per costruire il nuovo complesso scolastico di Malgrate. Il cimitero unico del Gaggio avrebbe cancellato tutti i cimiteri rionali lecchesi, compreso il monumentale di via Parini, dove allora venivano sepolti anche i morti di Pescate.

Il rinvio dell’apertura del cimitero di Malgrate-Gaggio fu dovuto ad una richiesta ufficiale dei parroci della città, con il prevosto mons. Giovanni Borsieri. Una lettera venne inviata al podestà manifestando forti e motivate perplessità circa un’immediata apertura del cimitero in località Gaggio. Nella missiva si sottolineava che la località era isolata, raggiungibile solo con la tramvia Lecco-Como, con la fermata al casello ferroviario, unica costruzione esistente al termine della salita detta “Ceribelli”. Raggiungere da Laorca e da Maggianico, ma anche da altri quartieri, il cimitero del Gaggio sarebbe stata ardua impresa, in particolare per persone anziane. I parroci chiesero al podestà di far slittare i tempi di apertura del cimitero alla realizzazione, già in progetto, del nuovo ponte stradale sull’Adda, in località Lazzaretto al termine dell’attuale via Leonardo da Vinci. Il ponte avrebbe accorciato le distanze dalla città al Gaggio e si suggeriva pure l’istituzione di una linea bus, avendo come capolinea il cimitero. Come noto i lavori per il nuovo ponte al Lazzaretto incontrarono difficoltà superiori al previsto per la tenuta del fondo alveo ai piloni di sostegno. Il conflitto bellico, scoppiato nel giugno 1940, bloccò il progetto. Il nuovo ponte sull’Adda è stato, infatti, inaugurato nell’autunno 1955, ormai oltre vent’anni dopo la ventilata civica unificazione.

Un periodico culturale lecchese degli anni ’30 aveva scritto: “Le città non sono tali solo per il diritto a tale titolo ad esse conferite da re o da principi, in epoche prossime o remote, ma lo sono, oggi soprattutto, per la loro organizzazione urbanistica, che va dall’edilizia alla fognatura, alla sanità, all’istruzione, alla pulizia. Essere una città significa oggi possedere un minimo di servizi e di organizzazione, tali da rendere agevoli non solo il traffico, ma ogni ramo della vita pubblica cittadina. Lecco già da qualche anno ha dato segni palesi di miglioramento in questo senso”.

Ed oggi, cosa si potrebbe rispondere a questo interrogativo? Ed un’altra domanda: se Malgrate passa con Lecco cosa farà Valmadrera?
Per quanto riguarda il progetto sepolto al cimitero del Gaggio è interessante rileggere le pagine di una pubblicazione su Malgrate, curata da Tiziana Rota, presidente dell’Associazione Amici di Musei di Lecco e territorio. Il camposanto cancellato rimane proprio il simbolo di una unificazione naufragata e che ora sarebbe possibile rilanciare?
Aloisio Bonfanti























Al Rigamonti Ceppi il 17° Torneo Internazionale Giovanile di calcio 
“Angelo Ciccio Longoni”

Lecco - Lo stadio Rigamonti Ceppi ospita domenica 2 giugno il 17° Torneo Internazionale Giovanile di calcio “Angelo Ciccio Longoni. E’ riservato alla categoria Allievi ed è un quadrangolare dedicato alla memoria dell’indimenticato campione di calcio degli anni ’50/’60 di Milan, Atalanta, Lazio e Lecco, ancor oggi unico giocatore lecchese ad avere indossato la maglia azzurra della Nazionale. Il torneo ha il patrocinio del Comune di Lecco ed è organizzato in collaborato con il Comitato provinciale della Federazione Italiana Gioco Calcio e la società Calcio Lecco. Annovera nell’albo d’oro dei vincitori alcune tra le più prestigiose società calcistiche nazionali, tra le quali Juventus, Lazio, Brescia, Atalanta, Torino. Nell’albo d’oro è segnato per cinque volte anche il Lecco.
L’edizione in programma domenica 2 giugno vede la partecipazione di Atalanta, Bologna, ChievoVerona, Team Ticino (Svizzera). Durante gli intervalli delle partite di finale, nel pomeriggio di domenica, avranno luogo dei brevi incontri dimostrativi di calcio a cinque, con la partecipazione delle squadre: Accademia Calcio Aquilotti, Cernusco Lombardone, Rogeno, Osvaldo Zanetti, Polisportiva Oratori 2B, Oratorio Cassago, Polisportiva Mandello, Polisportiva Valmadrera.
Il torneo è stato presentato presso la segreteria del Calcio Lecco dall’amministratore unico Paolo Cesana e dal responsabile del comitato organizzatore arch. Antonello Longoni, figlio primogenito di Angelo.
Nel maggio 1999 l’Emmepi Editoriale di Lecco ha promosso la pubblicazione del volume “Il rettangolo dei sogni”, con la fotostoria calcistica di Ciccio Longoni. La prefazione è del noto giornalista sportivo lecchese Sergio Gavardi, da tanti anni alla Gazzetta dello Sport e la presentazione di Carlo Colombo Pisati, dirigente bluceleste a fianco del presidentissimo Mario Ceppi. Ciccio Longoni è scomparso all’età di 60 anni nel giugno 1993. I lecchesi di una certa età non hanno dimenticato quella domenica pomeriggio del 9 dicembre 1956, quando un giovane di 23 anni, della centralissima piazza XX Settembre, scendeva in campo a Genova con la maglia azzurra della Nazionale. Era una partita veramente sentita, contro nemici “storici” non solo nel calcio, come le maglie bianche dell’Austria. Quel ragazzo di Lecco era Ciccio Longoni, cresciuto calcisticamente nella Juvenilia e nel Lecco, passato alle giovanili del Milan, dove aveva debuttato in A nell’ottobre 1952 contro la Roma. Quando venne chiamato in Nazionale, nel ’56, Longoni era un punto di forza dell’Atalanta. I lecchesi presero d’assalto i locali pubblici con i televisori su alti trespoli per seguire Italia-Austria. La RAI TV era ancora in bianco e nero ed aveva iniziato le trasmissioni nel 1954. La maggior parte degli apparecchi televisivi era nei bar, nei circoli, nelle sedi di associazioni. Gremitissima all’inverosimile era la sala televisione dell’oratorio di Lecco centro dove, tra i presenti, c’era Luigi Longoni, fratello minore di Ciccio, che giocava allora nel GSG e che militò poi per diverse stagioni nella Virtus Valmadrera. Quella domenica del 1956, tra grandi entusiasmi, Longoni fu l’autore delle due reti azzurre che batterono la pur forte Austria. Nella città deserta giungeva l’eco, tra vie e piazze, della voce inconfondibile del telecronista Nicolò Carosio, che dallo stadio Marassi di Genova gridava “…. c’è l’ala Longoni, dallo scatto bruciante, che lascia surplace i pur coriacei difensori dalle bianche casacche”. Al termine dell’incontro il primo ad abbracciare Longoni fu il capitano della Nazionale Giampiero Boniperti, “stella” della Juventus ed oggi presidente onorario della “Vecchia Signora” bianconera.
Il lungo album dei ricordi di Ciccio Longoni vede la presenza maggiore nell’Atalanta con sette campionati e con 35 reti. Terminata la carriera di calciatore è stato allenatore. Il suo nome si lega all’ultima promozione del Lecco, dalla C alla B, nel campionato 1971/72.
Il funerale di Longoni si celebrò nella basilica di San Nicolò, con don Gabriele Sala, parroco di Maggianico, il quartiere dove abitava con la consorte Marisa. C’era il gagliardetto nero-azzurro dell’Atalanta, la bandiera del Comune di Lecco, c’era il commissario del Comune di Lecco, Salvatore Cino. L’Atalanta era rappresentata da diverse glorie del calcio orobico: Casari, Corsini, Cominetti, Brugola, Titta Rota, Bernasconi, Gardoni ed altri. Il Lecco vedeva gli ex giocatori degli anni migliori come Pippo Rigamonti, Piero Radaelli, Angelo Redaelli, Spada, Capello, Galli, Pasinato, Azzimonti, Ripamonti, Benaglio, Mazza, Corti, il massaggiatore Giancarlo Tonelli, gli ex segretari Margaroli e Cantoni. C’erano compagni della vecchia Juvenilia, la compagine giovanile di Longoni, che aveva tra i suoi dirigenti Alessandro Rusconi (poi sindaco di Lecco) e Nino Schellino. Angelo Longoni è sepolto nella cappella di famiglia, presso il Monumentale di via Parini.
Aloisio Bonfanti



























Un’antichissima processione 
lunga quattro secoli
Si rinnova nella solennità del Corpus Domini da Castello alla Basilica)

Lecco -  “La processione del Santissimo Corpo di Cristo, nella sua solennissima festa, incominci dalla detta chiesa di Castello e si diriga alla chiesa di San Nicolò”, così si legge in un documento della Curia di Milano dell’anno 1605. Nasceva la processione pievana (di tutta la Pieve) del Corpus Domini. Sono passati oltre 400 anni e la processione torna nella serata del 2 giugno muovendo alle 20.30 da Castello per la basilica di San Nicolò e, scendendo lungo via Palestro, via Parini, via Ongania. Il 9 giugno 1746 la processione visse uno dei suoi momenti storici più significativi, ricevendo anche un riconoscimento ufficiale della sua ormai affermata solennità con tantissimi fedeli. Il cardinale Giuseppe Pozzobonelli, arcivescovo di Milano, trovandosi nel lecchese per la visita pastorale, la sera di vigilia convocò urgentemente il parroco di Castello, don Antonio Corti, per avvertirlo che “Egli voleva celebrare la processione del Corpus Domini, portando il Venerabile, in forma pontificale, cioè parato solennemente”. Anche il successore di Pozzobonelli, l’arcivescovo Filippo Visconti volle essere a Lecco per la processione del Corpus Domini. Era l’anno 1794. Una recente ricerca del prof. Ambrogio Cesana, tra memorie antiche della parrocchiale di Castello, conferma la visita del 9 giugno 1794 dell’arcivescovo Visconti che ebbe modo anche di verificare l’andamento amministrativo della parrocchia stessa.

La processione del 1996 avvenne in occasione dell’apertura della Missione cittadina. L’allora prevosto mons. Roberto Busti (oggi vescovo di Mantova), ebbe modo di dichiarare “L’Eucarestia portata sulle strade che vedono la nostra vita quotidiana, dice ancora oggi l’amore infinito di Dio, che salva ogni uomo, che non permette al male di risultare vincitore. Non sappiamo ancora – sottolineò Busti – come uscire dalle attuali paludi nelle quali ci siamo impantanati; sappiamo, però, che la preghiera umile e sincera è strada necessaria da percorrere indenne per non perdere speranza”. Sono riflessioni ed esortazioni che tornano anche oggi quanto mai attuali.
In tempi di unità pastorali, ovvero di aggregazioni di parrocchie oltre il segmento di territorio o di nuclei residenziali, la processione del Corpus Domini a Lecco indica già da secoli un abbraccio oltre i confini canonici. Venne, infatti, voluta da Castello a Lecco, nel 1608, per riagganciare e riconciliare le due comunità che si erano contese la sede di Pieve ed il Perdono pasquale, altra ricorrenza solennizzata da processioni. Dimenticata dagli anni ’60 la parata delle Confraternite con stendardi, croci e lampioni, l’attuale è soprattutto un momento comunitario liturgico in cammino con canti, preghiere e testimonianze.
L’antica processione delle mantelline rosse, delle tuniche bianche, delle donne con velo e cero, si possono ritrovare nelle pagine di un piccolo mondo antico lecchese, scritte da Aristide Gilardi. Sul filo delle vecchie memorie Gilardi scriveva: “Ad ogni sosta i Confratelli si asciugavano, con ampi fazzolettoni di tela color canarino, il sudore della fronte; i priori ordinavano il cambio degli uomini nel sostenere gli arredi sacri più pesanti. Lungo la via Roma, la processione puntava sulla prepositurale di San Nicolò e vi entrava trionfalmente accolta dal suono dell’organo, che vibrava con le più alte note, nel momento in cui il baldacchino varcava la soglia del tempio”.
Aloisio Bonfanti
























La camminata manzoniana ha 40 anni

Lecco - La Camminata Manzoniana ha 40 anni; la prima edizione risale, infatti, a domenica 20 maggio 1973. La partenza venne data da piazza Affari; l’arrivo era presso villa Manzoni al Caleotto, dopo 23 chilometri di tracciato che comprendeva anche la salita da Somasca di Vercurago alla Rocca dell’Innominato. Partirono in 3400 alle ore 8; terminarono la camminata in circa 3000 nel tempo massimo di sette ore. La marcia non era competitiva: comunque il primo a ritirare la medaglia ed il diploma è stato lo studente di 18 anni Giorgio Bonacina di Mandello Lario. Bonacina era allora un atleta che gareggiava per la società ICAM di Lecco. Ha tagliato il traguardo alle ore 10.15.

La prima idea di una Camminata Manzoniana, marcia non competitiva attraverso ambienti e ricordi dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, venne lanciata durante una riunione delle nuove guide (chiamate accompagnatori turistici) svoltasi nel giugno 1972, presso il saloncino dell’Azienda Turismo, nella sede di via Nazario Sauro. Era una riunione che intendeva suggerire nuove iniziative in vista del centenario manzoniano 1973. Venne presieduta dal direttore dell’Azienda Turismo, Emilio Longhi, affiancato da Rosangela Massazza e da Vanna Brambilla Gommarabico. Vi furono diversi interventi come quelli di Ines Pozzi Riva, Amanzio Aondio, Giuseppe Villa, Patrizia Piras, Giacomo Gilardi ed altri. Era presidente dell’Azienda Turismo Nino Lupica, subentrato a Giacomo De Santis. L’idea della camminata prese consistenza e venne inserita nel programma del centenario 1973, un secolo dopo la scomparsa di Alessandro Manzoni. L’Azienda Turismo ebbe la collaborazione organizzativa del gruppo alpini Grigna del quartiere Castello, e del gruppo accompagnatori turistici. Vi fu anche la partecipazione del gruppo folcloristico Renzo e Lucia, con firlinfeu, del quartiere San Giovanni, con il presidente Antonio Crimella.

Le cronache giornalistiche del tempo riferiscono “molti i tipi caratteristici che hanno partecipato alla Camminata. Uno indossava un coloratissimo barracano da beduino. I componenti del Coro Grigna, con il maestro Giuseppe Scaioli, sono arrivati alle 13.15 cantando brani delle penne nere. La serie degli arrivi si è conclusa alle 14.15 con un gruppo di giovani di Bolzano che indossava il caratteristico costume tirolese”.

Numerose le personalità che si sono impegnate in quella prima Camminata Manzoniana. L’elenco comprende l’assessore comunale Giuseppe Agostoni, il presidente Azienda Turismo Nino Lupica, il consigliere comunale Giambattista Briacca, il sindaco di Malgrate Pietro Scola, il giornalista Fulvio Campiotti, il radiocronista svizzero Muller, Millo Rusconi, presidente del Panathlon Club Lecco, il comandante della stazione di Lecco dell’Arma dei Carabinieri, maresciallo Canevaro, ed altri.

Al termine della manifestazione l’Azienda Turismo rese noto che il successo ottenuto dalla prima edizione aveva suggerito ai promotori di ripetere la Camminata nei prossimi anni. Si arrivò, così, alla 9^ edizione. La 4^ edizione della nuova serie della Camminata Manzoniana organizzata da LTM (Lecchese Turismo Manifestazioni) si terrà domenica 22 settembre.
Aloisio Bonfanti
















 
























Superstrada 36 Lecco-Colico: 
i primi già lavori nel 1963

Lecco - La superstrada 36 Lecco-Colico è tornata prepotentemente alla ribalta della cronaca per le note vicende ancora attuali della galleria di Monte Piazzo, in territorio comunale di Dorio, e delle conseguenti, interminabili code lungo le strade costiere lariane in provincia di Lecco. Ciò avviene cinquant’anni dopo l’avvio dei primi lavori di realizzazione dell’attesissimo ed importantissimo nuovo tracciato della storica strada dello Stelvio e dello Spluga nel tratto costiero lecchese.

Nella primavera 1963 la stampa locale scriveva “Sono stati appaltati i lavori per il raddoppio della strada statale 36, nel tratto fra Lecco ed Abbadia, o meglio dei primi due chilometri che corrono dalla località Brick Caviate sino a Pradello-Orsa Maggiore, al termine del territorio comunale lecchese. La gara d’appalto è stata vinta dall’impresa Moviter di Milano, specializzata in lavori stradali di grandi arterie. La spesa per l’opera si aggira intorno al mezzo miliardo di lire. Come già reso noto, il progetto prevede il raddoppio della sede stradale attuale, ben lontana dal soddisfare le attuali sempre crescenti esigenze del traffico. La data di inizio dei lavori dovrebbe essere imminente, se le solite pratiche burocratiche non metteranno i bastoni fra le ruote”.

Sempre la stampa locale, nell’estate 1963 scriveva “La strada statale 36, l’arteria di grande traffico che collega la pianura lombarda con i passi alpini dello Stelvio e dello Spluga, oltre a tutta la Valtellina ed alle sponde del Lario, verrà allargata alle porte della nostra città. I lavori, attesi da parecchi anni, sono all’inizio e riguarderanno il tratto da Caviate a Pradello”.

Un primo esame del progetto relativo al nuovo tracciato della 36, da Abbadia Lariana a Colico, è avvenuto nell’aprile 1967, presso il salone consiliare del municipio di Lecco. Fu una riunione ad alto livello, con parlamentari, sindaci di tutti i Comuni rivieraschi, consiglieri provinciali di Como e di Sondrio, rappresentanti di vari enti, ad iniziare dalle Camere di Commercio di Como e di Sondrio, che avevano sponsorizzato il progetto degli ingegneri Vanoni ed Ielmoni. Il presidente di Como era Baragiola, il presidente di Sondrio, Catellani. Intervenne l’ing. Domenico Cavalli, capo compartimento dell’ANAS di Milano. Il summit venne presieduto dal sindaco di Lecco, Alessandro Rusconi. Il progetto presentato dall’ing. Vanoni era una grandiosa realizzazione, con 16 gallerie, 32 viadotti ed una spesa complessiva di oltre 39 miliardi. Si evidenziò che ogni chilometro della nuova e moderna superstrada sarebbe costato un miliardo e cento milioni. Nella sua relazione, Vanoni sottolineò che il tracciato della 36, all’altezza di Abbadia Lariana-Torraccia, avrebbe abbandonato completamente il vecchio percorso per un nuovo ampio nastro sul fianco della montagna.

Tutti gli intervenuti al dibattito, che durò tre ore, sottolinearono l’importanza che la 36 rivestiva nel quadro generale dell’economia di Lombardia, in quanto via di comunicazione di primario interesse per diverse province della regione ed anche per i progettati trafori alpini dello Stelvio e dello Spluga. Purtroppo, la tragica frana del febbraio 1969 dal monte San Martino, che provocò sette morti nella zona di via Stelvio, a Lecco, fu un durissimo intralcio ai lavori ed al reperimento dei fondi necessari. Divenne urgente il problema di proteggere con giganteschi valli paramassi anche la zona Caviate e tutta la fascia relativa, sino a Pradello Gezzima, sotto il monte San Martino.

Molto probabilmente un altro tratto tormentato della nuova 36 doveva essere già il lotto 9°, interessante la galleria Piona-Dorio. Ciò si può desumere dall’incontro convocato in sede di Giunta regionale di Lombardia, nel marzo 1976, dal presidente Cesare Golfari e dall’assessore ai lavori pubblici Renato Tacconi, entrambi della zona lecchese. Intervenne una delegazione dell’ANAS guidata dal direttore generale ing. Perotti. L’ANAS presentò ufficialmente in quella riunione, su richiesta della regione Lombardia, una relazione predisposta dal servizio geologico di Stato circa la galleria Piona-Dorio.
Aloisio Bonfanti






























Il vendita lo storico palazzo Ghislanzoni
situato in via Roma a Lecco

Lecco - L’Amministrazione Comunale di Lecco ha deciso la vendita del palazzo Ghislanzoni di via Roma, 51, edificio donato alla comunità dal possidente Luigi Ghislanzoni perché divenisse sede municipale. Una lapide sotto l’atrio d’ingresso ricorda il munifico gesto.

Il 29 gennaio 1893 moriva a Milano Luigi Ghislanzoni, celibe, nativo di Lecco, che aveva serbato nel cuore particolare affetto per la sua città natale. Il suo testamento, redatto il 14 aprile 1891, nominava erede il Comune di Lecco dell’edificio di sua proprietà in via Roma 16 (oggi 51), con la clausola che fosse adibito a sede del municipio.

La civica Amministrazione dell’epoca, presieduta dal sindaco Guido Ghislanzoni, accettò la donazione con espressioni di plauso e di riconoscimento alle volontà manifestate nel testamento. Venne affidato all’ing. Enrico Gattinoni l’incarico di predisporre il progetto per la sistemazione del palazzo adibito a civici uffici.
La sede municipale si trasferì in via Roma, lasciando quella di piazza del Mercato (oggi XX Settembre), nelle vicinanze della Torre Viscontea. Palazzo Ghislanzoni rimase municipio sino al 1928, quando venne inaugurata l’attuale sede di piazza Diaz.

Di fronte alla lapide del Ghislanzoni, nel vecchio municipio, si conserva una targa bronzea “dei generosi concittadini caduti per l’indipendenza d’Italia, 1859 Tagliaferri Pietro, 1860 Torri Tarelli Giuseppe, uno dei Mille, Ongania Gian Battista, Beltramini Pasquale, Bonacina Giovanni Mosè, i lecchesi raccomandano l’alto esempio, tramandano ai posteri la gloriosa memoria”. A palazzo Ghislanzoni vi era una terza lapide, quella recante il bollettino della Vittoria 1918, firmato dal generale Armando Diaz: venne tolta e sistemata sulla facciata dell’attuale palazzo comunale ed è il motivo della denominazione Diaz della piazza antistante lo stabile municipale.
Le vicende più recenti di palazzo Ghislanzoni portano al 6 dicembre 1967, quando l’allora sindaco Alessandro Rusconi inaugurò la nuova destinazione dello stabile come sede delle associazioni alpinistiche e d’arma. Era il giorno della festa di San Nicolò, la cerimonia avvenne dopo il conferimento in Comune delle prime due benemerenze civiche al maestro Guido Camillucci, dell’Accademia Corale, ed a mons. Teresio Ferraroni, vescovo ausiliare di Milano ed in precedenza per tanti anni a Lecco. Nel 1972 il palazzo è tornato ad ospitare uffici comunali del settore servizi sociali, con l’assessore Pietro Colombo.

Diverse associazioni, nel palazzo dal 1967, ed alle quali altre si sono aggiunte, sono purtroppo nella condizione di dover cercare nuovi locali, ad iniziare dai mutilati ed invalidi civili. E’ quest’ultima un’associazione, guidata dalla presidente Maria Ancilla Beretta, che svolge un benemerito ruolo di assistenza sociale ed umanitaria.

Nella sua lunga storia palazzo Ghislanzoni ha visto anche la caserma dei vigili del fuoco sino al 1955, quando venne inaugurata l’attuale in zona Bione a Pescarenico; ha visto nella palazzina interna del cortile la civica biblioteca, che si è trasferita poi, nel 1966, nella sede di palazzo Enrico Falck in piazza Garibaldi. Il salone della biblioteca (che ultimamente ha visto anche l’Associazione Pensionati Volontari), era la sala riunioni del Consiglio Comunale e della quale si conserva il bellissimo soffitto in cassettoni di legno lavorato.

I ricordi maggiori di palazzo Ghislanzoni si legano, comunque, ad una storia sempre più lontana che, per ragioni anagrafiche, non ha più testimoni perché ormai sono passati quasi cento anni dalla Grande Guerra 1915/1918. I lecchesi di una certa generazione non avevano dimenticato che dal balcone di palazzo Ghislanzoni, la sera del 3 novembre 1918, il sindaco Arturo Monti lesse, alla folla in tripudio, il bollettino della Vittoria firmato Armando Diaz. Alcuni, infatti, chiamavano il balcone “della Vittoria”. Il tripudio indescrivibile è testimoniato nei suoi scritti dall’avv. Arnaldo Ruggiero (allora aveva 28 anni, essendo della classe 1890). La grande festa del 4 novembre 1918 era stata preceduta da periodi interminabili di angosce, di tristezze, di lutti. I familiari dei caduti lecchesi venivano chiamati presso l’Ufficio Anagrafe del Comune, che era al piano terra del palazzo, quando giungeva il telegramma della Divisione di appartenenza, con la comunicazione del decesso del militare. Nella guerra 1915/1918 non c’era ancora la radio e, tanto meno, la televisione: La sera parecchi lecchesi raggiungevano palazzo Ghislanzoni, presso il quale veniva esposto il bollettino del Comando supremo dell’Esercito Italiano circa le operazioni belliche. Erano ricordate come sere di grande amarezza, di preoccupazione, di lacrime, quelle successive alla rotta di Caporetto, quando il bollettino riferiva che la prima linea italiana era stata superata e che, contro la fanteria nemica dilagante nella pianura veneta, si susseguivano eroiche cariche di reparti di Cavalleria per consentire di formare un nuovo fronte di resistenza sul corso del Piave. Così avvenne. Il palazzo Ghislanzoni solleva il ricordo di quei giorni ormai lontani, ma così presenti nella storia d’Italia e rievoca idealmente tanti giovani caduti che restano e resteranno per Lecco tra i figli migliori.
Aloisio Bonfanti














Storie di Lombardia: una nuova raccolta
pubblicata da Roberto Marelli

Roberto Marelli, popolare attore milanese di lungo corso, ha avuto il suo momento di maggiore successo durante un’intensa carriera quando ha interpretato il signor Arturo nelle seguitissime puntate di Casa Vianello su Canale 5, con Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Ha avuto un’altrettanta notevole presenza televisiva affondando le radici nelle vicende milanesi ed ambrosiane, con le varie edizioni di “Storie di Lombardia” andate in onda su Telenova. Sono affiorate più volte le sue simpatie per il territorio lecchese dove ha anche soggiornato, nel periodo estivo, per vacanze in Valsassina. E’ possibile ricordare i servizi sul lago di Lecco, le puntate verso la Madonnina dei ciclisti sul valico del Ghisallo, i tracciati lungo la valle dell’Adda, da San Gerolamo al traghetto leonardesco di Imbeersago, alla Madonna del Bosco. E come dimenticare le simpatie per il grande poeta dialettale milanese Giovanni Barrella, che aveva casa sul lungolago di Onno, proprio sul bordo della costiera lariana, da Lecco a Bellagio.

L’ultima storia di Lombardia di Roberto Marelli è raccolta nella recentissima pubblicazione “La Milan del missée Romeo” (la Milano di nonno Romeo), con introduzione e note di Andrea Pedrinelli e le fotografie di Romeo Bosisio. L’editrice è la Greco & Greco di via Verona, in Milano. La pubblicazione nasce dal ritrovamento di un vecchio scatolone nell’angolo di una stanza. Il giornalista Andrea Pedrinelli scopre decine di foto scattate da suo nonno Romeo Bosisio che aveva la grande passione di immortalare paesaggi, atmosfere, protagonisti e volti della Milano anni ’50, nella quale non mancavano, nella stagione invernale, la neve e la nebbia. Pedrinelli ha pensato di scoprire e riscoprire Milano passando le foto a Roberto Marelli, grande appassionato di cultura e tradizione meneghina. Il viaggio nel tempo trascorso è accompagnato ed arricchito da una profonda ricerca di poesie e prose dedicate a Milano. Il dolce “bianco e nero” dei ricordi, è scritto nella prefazione, si unisce, così, al technicolor della fantasia, alla Milano delle pietre e delle nebbie, dell’ascesa estiva sul tetto del Duomo, all’ombra della sempre bella Madonnina, “che brilli da lontano, tutta d’oro e piccolina”. Con questa canzone Giovanni Danzi esprime l’amore per la sua Milano e per il suo dialetto: risale al 21 ottobre 1935 ed è tuttora popolarissima.

Il viaggio nel tempo evoca storie che si potevano sentire dal barbiere, evoca i ricordi delle lavandaie del Naviglio, colleghe di quelle che “strapazzavano” i panni nell’Adda, vicino al Ponte Vecchio di Lecco, o nel golfo portuale del lungolago cittadino. Insomma, tanta Milano di una volta che si immedesima e che si irradia per tutta la Lombardia, la terra dolce della pianura, dei laghi e dei monti, con la metropoli del panettone, del risotto, della cotoletta, della busecca e dell’aperitivo in Galleria.

La storia rievocata da Roberto Marelli con le foto di nonno Romeo è un’ulteriore segno d’affetto per la grande Milano e tutta la sua regione. Andrea Pedrinelli ha evidenziato nella presentazione “Io sono davvero grato a Marelli, e orgoglioso del mio nonno, buono e fotografo”.
Alfredo Marelli è anche un marinaio ad honorem della sezione di Lecco, dove è stato ospite principale in una festa di Santa Barbara di qualche anno fa, invitato dal presidente Giuseppe Crippa, avendo svolto il servizio di leva nelle file della gloriosa Marina Militare Italiana.
Per quanto riguarda i ricordi lecchesi, ve ne è uno quanto mai attuale nel curriculum di Roberto Marelli. Nell’estate 1963, cinquant’anni or sono, saliva ai Piani di Artavaggio, in Valsassina, per partecipare alle riprese del film “La mano sul fucile”, ambientato sui monti lecchesi durante la Resistenza e la lotta di Liberazione.
Aloisio Bonfanti



















Mercoledì 1° maggio, alle 19.30, allo stadio Rigamonti Ceppi c'è la partitissima

“Tuttabluceleste”. Sarà l’incontro amichevole all’insegna dei cento anni di storia, del secolo trascorso del Calcio Lecco, nato ufficialmente presso la Canottieri con la casacca bluceleste nel dicembre 1913 e poi continuato con l’Associazione Calcio Lecco, nel 1931. Scenderanno in campo la squadra juniores della Calcio Lecco e la formazione della Canottieri Lecco, composta da atleti di varie discipline agonistiche nautiche, come il remo, la canoa, il nuoto e la vela. La compagine della Canottieri viene formata dagli atleti che ormai da 22 edizioni disputano la “Coppa di Natale”. E’ la sfida fra remo e canoa, che si conclude per i perdenti con un tuffo a mezzogiorno nelle acque natalizie, ovviamente gelide, della darsena della Canottieri.

La partita del 1° maggio è anche occasione per ricordare aspetti ed aneddoti meno noti ed, in qualche caso, anche dimenticati dei cento anni trascorsi. Per fare un esempio: il debutto sulla RAI TV del Calcio Lecco avviene nel novembre 1956, con un filmato di un minuto e mezzo, in bianco e nero, sull’unico canale televisivo allora esistente della RAI, in occasione dell’amichevole di allenamento di Bergamo, con la Nazionale azzurra. Il Lecco, guidato da capitan Giancarlo Galli ed allenato da Dino Achilli, con il presidentissimo Mario Ceppi, affrontò la Nazionale azzurra alla vigilia della sua trasferta in Francia per giocare a Marsiglia contro i transalpini. Il risultato del Lecco con la Nazionale fu veramente onorevole: i blucelesti, infatti, persero per 2 a 1.

Il 17 novembre 1967 il Lecco balza alla ribalta del calcio nazionale sulla RAI TV, in occasione della partita disputata al Marassi di Genova contro i rossoblu locali. Il campionato di serie A era fermo ed andò in onda il secondo tempo di una partita di B. E’ stato l’incontro Genova-Lecco, terminato in parità 1 ad 1, ed arbitrato da Gonella di Torino. Il Lecco era andato in vantaggio nel primo tempo con una rete di Azzimonti; il Genova pareggiò nella ripresa con Mascheroni. Il telecronista di Genova-Lecco è stato la prestigiosa voce del calcio che risponde al nome del mitico Nicolò Carosio. Era allenatore del Lecco in quel periodo Eraldo Monzeglio, giocatore due volte mondiale nel ’34 e nel ’38, con 33 presenze in nazionale, già trainer della Juventus nel 1963/1964. Monzeglio aveva debuttato come difensore nel Casale, giocando poi a Bologna 252 partite e vincendo uno scudetto, passando quindi alla Roma, dove disputò oltre 100 incontri. Monzeglio è stato a Lecco per un periodo breve, dall’inizio del campionato di serie B 1967 sino a fine novembre dello stesso anno, quando lasciò il testimone al rientrante Angelo Piccioli. Monzeglio risiedeva a Como; era anche un maestro di tennis, disciplina sportiva che chiamava “pallacorda” e ricordava le tante partite disputate a Roma nei giardini di villa Torlonia.
Il Lecco torna alla ribalta nazionale della RAI TV nella partita di esordio al Rigamonti per il campionato di serie B 1972/1973. E’ la partita Lecco-Bari, che vede il Lecco sconfitto per 1 rete a 0. Si gioca davanti a 8000 spettatori. Il Lecco è allenato da Ciccio Longoni. Il telecronista è l’allora quasi esordiente Bruno Pizzul, con precedenti calcistici in serie B, dopo aver vinto il concorso davanti alla commissione presieduta da Sandro Bolchi, il regista dei Promessi Sposi televisivi, con il lecchese Nino Castelnuovo nella parte di Renzo. In tribuna stampa, quel giorno, c’era anche il famoso Gianni Brera, più volte presente a Lecco per le partite della serie A con i titolati squadroni, come il Milan di Gianni Rivera, che Brera definiva “l’abatino”.
Sono tutte memorie lontane, che meritano di essere ricordate al traguardo significativo di cento anni, come sarà anche l’abbraccio bluceleste, mercoledì sera, nella partita fra Calcio Lecco e Canottieri.
Aloisio Bonfanti

  








 









Quella domenica 28 aprile 1963:
quando Vittorio Calvetti venne eletto deputato

Sono trascorsi 50 anni da quella domenica 28 aprile 1963, quando i lecchesi, come tutti gli italiani, venivano chiamati alle urne per eleggere il quarto Parlamento della Repubblica (le tre volte precedenti erano state nel 1948, 1953, 1958). Gli elettori iscritti a Lecco erano oltre 34.000. Si votava in 54 seggi, il maggior numero dei quali, ben 8, era concentrato nel centro cittadino, presso il complesso scolastico di largo Montenero, via Resinelli. Il seggio con il maggior numero di iscritti era quello delle scuole elementari del quartiere Belledo, il n. 48, con 700 elettori al Senato e 786 alla Camera.

La campagna elettorale aveva visto numerosi comizi di esponenti di tutti i partiti in piazza Garibaldi, in piazza XX Settembre e nel salone al primo piano dell’Hotel Croce di Marta. Il movimento elettorale ebbe inizio a Lecco nella giornata di sabato quando affluirono presso le caserme di corso Martiri agenti di Pubblica Sicurezza del Nucleo Mobile di Como, guardie di Finanza della 6^ Legione di Como e reparti dell’Esercito. Mentre i carabinieri della compagnia di Lecco erano dislocati nei Comuni del territorio, l’ordine nei seggi elettorali cittadini veniva affidato alla Pubblica Sicurezza ed alla Guardia di Finanza. La notizia di tentativi dinamitardi a Milano ed a Cesano Maderno faceva intensificare ovunque la sorveglianza. C’era il sospetto che terroristi altoatesini sarebbero giunti in Lombardia per effettuare attentati e per provocare disordini. Nel corso della notte della vigilia i Carabinieri delle stazioni di Lecco, Valmadrera, Mandello, Olginate, Bellano, Oggiono effettuavano posti di blocco lungo le principali direttrici di traffico, in particolare ai due ponti stradali di Lecco (Vecchio e Nuovo) ed in località Caviate, alla periferia settentrionale della città, lungo l’importantissima arteria della Statale 36. Giunse a Lecco un nutrito gruppo di allievi guardie di Polizia di Cesena, che, presso il Commissariato di corso Martiri, era a disposizione del commissario capo Francesco Giordano, come nucleo operativo di pronto intervento in caso di necessità.

Le cronache dalla stampa di quella giornata elettorale di mezzo secolo fa riferiscono che il comandante della Compagnia Carabinieri di Lecco, capitano Vincenzo Acquafresca, è stato il secondo elettore alla sezione n. 16, posta presso le scuole De Amicis di via Amendola. L’ufficiale dell’Arma ha votato al termine di un lungo giro notturno per controllare il servizio di ordine pubblico. Le cronache riferiscono pure che il sindaco di Lecco, Alessandro Rusconi, ha votato verso le 10.30 nell’edificio scolastico di via Ghislanzoni. Pure in mattinata votava il candidato del PSI Emilio Sangregorio al seggio n. 29 nel rione di Olate. Il flusso degli elettori è stato regolare ed egualmente distribuito. Tutto è avvenuto senza registrare il minimo incidente.

Le elezioni del 28 aprile 1963 erano praticamente un referendum sulla nuova formula politica di centro-sinistra, che vedeva l’alleanza fra Democrazia Cristiana e Partito Socialista. Una novità politica assoluta, dopo che il PSI era stato per anni su posizioni frontiste con il PCI.

Il voto del 28 aprile 1963 vide la rielezione per la terza volta consecutiva a palazzo Madama del lecchese senatore Piero Amigoni, già eletto nel ’53 e nel ’58. Veniva pure rieletto per la terza volta l’on. Ugo Bartesaghi, già sindaco di Lecco per la DC, poi divenuto candidato indipendente nelle liste del PCI. Bartesaghi era stato eletto una prima volta nel ’53 e poi anche nel ’58. Novità assoluta era invece l’elezione alla Camera dei Deputati per la Democrazia Cristiana di Angelo Bonaiti e Vittorio Calvetti. Con l’elezione a Montecitorio di Bonaiti e Calvetti la DC della provincia di Como portava in Parlamento ben cinque esponenti (numero record) perché erano stati eletti anche i comaschi Borghi, De Ponti e Bosisio.

Oggi, cinquant’anni dopo quel grande appuntamento di democrazia e di libertà, fra i protagonisti di quella campagna elettorale, parlamentari eletti, candidati, oratori di vari comizi che già sentivano la concorrenza della Tribuna Politica sulla RAI TV, è rimasto l’on. Vittorio Calvetti. Risiede come allora in quartiere Castello ed è non lontano dal compleanno numero 98. E’ interessante pubblicare, 50 anni dopo, la schedina elettorale di presentazione di Vittorio Calvetti, come apparve su un settimanale locale. Si scriveva “Consigliere provinciale DC a Como dal 1951 ed assessore dal 1954, il prof. Vittorio Calvetti si presenta ora candidato alla Camera dei Deputati. Nella competizione verso Montecitorio avrà l’appoggio di ACLI e CISL essendo orientato verso la politica di centro-sinistra. Nato a Mandello il 5 agosto 1915, Vittorio Calvetti iniziò ad interessarsi di politica nel 1944, costituendo, vicino a don Teresio Ferraroni, oggi prevosto di Sesto San Giovanni, il primo nucleo della Democrazia Cristiana lecchese. Era stato in precedenza, per cinque anni presidente della Gioventù Cattolica di Lecco e propagandista per l’Azione Cattolica nelle plaghe di Merate, Brianza e Bellano. Nel 1951 è stato eletto nel collegio Olgiate Calco-Brivio con largo suffragio alla carica di consigliere provinciale a Como, dove è stato confermato nel maggio 1956 e nel novembre 1960, nel collegio, però, di Casatenovo-Missaglia. E’ preside dell’Istituto Magistrale di Lecco e da oltre dieci anni vice presidente del Comitato Intersindacale Lecchese Assistenza Studenti (CILAS). Nella carica di assessore provinciale alla Pubblica Istruzione l’attività di Vittorio Calvetti è chiaramente documentata dal numero di edifici scolastici sorti un po’ ovunque, ma in modo particolare in Brianza. Spero che nelle prossime elezioni – dichiara il prof. Vittorio Calvetti – la Democrazia Cristiana conservi le posizioni raggiunte, nonostante rappresenti il bersaglio di tante critiche, che ritengo veramente ingiustificate”.
Aloisio Bonfanti




































C’era il 25 aprile di grande ciclismo (50 anni fa vinceva Felice Gimondi)
C’era a Lecco un 25 aprile ciclistico; un 25 aprile con la Coppa Martiri della Libertà, gara di dilettanti di prima serie. L’organizzazione era nel primo dopoguerra 1945 del gruppo sportivo Alberto Picco e poi del Moto Velo Club Lecco.

L’edizione del 1963, 50 anni or sono, venne vinta da un corridore che poi è divenuto una stessa di prima grandezza del ciclismo nazionale ed internazione: Felice Gimondi. Il Giornale di Lecco scriveva nella cronaca di quella corsa “Un ventenne corridore dell’Unione Sportiva Sedrinese si aggiudicato la Coppa Martiri della Libertà. Gimondi si è presentato tutto solo sul rettilineo di corso Martiri, dove era posto lo striscione d’arrivo, dopo essersi liberato dei compagni di fuga a Calolzio, a pochi chilometri dal traguardo. L’episodio decisivo della corsa è stato sulle rampe della Valbrona, dove un gruppetto di corridori si è portato al comando con Gimondi, Regonesi, Negri, Albizzati, Franzetti, Marchesi, Di Leo, Passuello ed il lecchese Attilio Milani di Garlate. A Calolzio, Gimondi ha operato un deciso allungo. Il portacolori della Sedrinese ha guadagnato rapidamente terreno sui compagni di fuga. Sul traguardo finale Gimondi si è presentato con venti secondi di vantaggio ed ha potuto conquistare una prestigiosa vittoria, la prima da parte sua nella corrente stagione agonistica. La volata del gruppetto degli inseguitori è stata vinta da Adriano Passuello, davanti a Giuseppe Rossi, Lucio Colzani e ad Attilio Milani. Ottima l’organizzazione del Moto Velo Club Lecco, con Giovanni Carissimi, Fausto Pozzi, Piero Riva, Amedeo Bosisio, Antonio Pone, Giuseppe Arosio, Carlo Sozzi ed altri”. La premiazione è stata effettuata dal presidente del Moto Club Lecco Giorgio Riccardo Zoboli, che ha consegnato il trofeo della Libertà al Gruppo sportivo Ignis di Comerio (Varese) per il maggior numero di classificato nei primi cinque, con Giuseppe Rossi e Lucio Colzani.

Una settimana prima, sempre il Giornale di Lecco, presentando la Coppa Martiri per dilettanti di prima categoria scriveva “La corsa promossa dal sodalizio con sede al bar di piazza Manzoni, chiamerà ancora una volta a raccolta sulle strade lecchesi i più forti dilettanti lombardi. L’albo d’oro della classica corsa primaverile vede i nomi di Franco Cribiori, ora quotato professionista, di Luigi Ripamonti, di Valgreghentino, di Lamberto Casini di Abbadia Lariana, che ha vinto lo scorso anno. Il tracciato dell’edizione 1963 sarà identico a quello dello scorso anno. Le tre salite della Valbrona, della Galbiate e della Bevera selezioneranno i concorrenti”.

Nelle edizioni del dopoguerra ‘46/’50 un vincitore della Coppa Martiri della Libertà è stato Giorgio Albani di Monza, poi professionista, che proprio a Lecco nel 1956 vinse la prima tappa di arrivo nella città del Giro d’Italia, con direttore di corsa Vincenzo Torriani.

Aloisio Bonfanti 

 


 









Dieci anni dei popolari a Lecco (2002-2012)
Dieci anni dei Popolari a Lecco è una recente pubblicazione realizzata grazie alla ricerca ed ai testi di Umberto Cogliati. I Popolari non sono un partito, ma la loro provenienza è nella storia del primo Partito Popolare di don Luigi Sturzo, nella Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi e di Aldo Moro e nell’ultimo PPI. Umberto Cogliati, lecchese del quartiere Olate, ha fatto “gavetta” nella vecchia DC, iniziando adolescente nella campagna elettorale del giugno 1953 ad affiggere manifesti, quando si potevano collocare ovunque, prima degli appositi tabelloni. E’ entrato poco più che ventenne nel Consiglio Comunale di Lecco, è stato assessore, presidente del Comprensorio, base di partenza dell’autonomia istituzionale ed amministrativa del lecchese.

 L’Associazione dei Popolari, che vede attualmente alla presidenza Bruno Manzini, ha lo scopo di realizzare attività ed iniziative che mantengano viva ed attuale la presenza organizzata del cattolicesimo democratico nella vita politica e sociale del territorio della provincia di Lecco ed intende operare affinché l’ispirazione cristiana sia ancora fonte di impegno civile. La storia dei Popolari di Sturzo muove dalla sede nello storico cortile “delle botti e dei sassi” di via Ghislanzoni, dove fu tale sino al 1926, quando le leggi liberticide del fascismo cancellarono ogni partito. Ora il vecchio palazzo è al centro di un intervento di radicale sistemazione, con l’impresa Livio Micheli di Abbadia, su progetto del lecchese Umberto Gerosa. E’ un intervento che mira a far rivivere, in strutture nuove e moderne, il “vecchio” cortile, con la sua storia e le sue caratteristiche. La Democrazia Cristiana ha, invece, avuto sede per decenni nel grande cortile di via Mascari, ora completamente ristrutturato con il complesso “Le vecchie mura”.

 La pubblicazione di Cogliati ha il grande merito che, ricordando l’attività del decennio più recente trascorso, quello all’inizio del Duemila, porta alla memoria tutta una serie di personaggi politici di primo piano, a livello nazionale, da Alcide De Gasperi ad Oscar Luigi Scalfaro e poi Lazzati, Vanoni, La Pira, Zaccagnini, De Mita, Mino Martinazzoli, Tina Anselmi e tanti altri ancora; e sul piano locale da Celestino Ferrario a Cesare Golfari, da Carlo Erba ad Antonio Gottifredi. Solleva il velo del tempo trascorso sul ruolo di protagonista che la DC ha avuto nella Repubblica, nella ricostruzione democratica nel territorio lecchese, dai sindaci della città, dal 1948 al 1993 (da Bartesaghi a Boscagli) agli eletti al Parlamento, alla Regione, alla Provincia ed in altri organismi. Come dimenticare un presidente del Senato, sottosegretari, parlamentari, un presidente della Regione Lombardia, presidenti dell’Amministrazione Provinciale di Como, e poi di Lecco, consiglieri regionali e provinciali, e tantissimi sindaci, assessori, consiglieri comunali, presidenti di enti sovracomunali e collaterali. Viene ricordato il premio “Maurino Nava”, sindaco di Pescate ed amministratore esemplare per oltre quarant’anni. E’ un premio per esempi di eccellenza amministrativa; è una volontà di riconoscere il merito di un impegno civico nel solco dell’ideale popolare ben presente in tante amministrazioni del lecchese. Non mancano i riferimenti a conferenze, incontri, tavole rotonde su problemi di grande attualità, dalla civica amministrazione alla casa, alla sanità, dalle regole elettorali al rinnovamento della burocrazia, dal governo del territorio al verde, all’ambiente, alla tutela del paesaggio, alla valorizzazione degli ambienti culturali e storici.

E’ una pubblicazione che spalanca porte immense di memorie e di ricordi, di personaggi e di presenze generose e coraggiose, sempre nel nome della libertà, della democrazia, del popolo sovrano. Torna oggi attuale nelle conferenze dell’autunno 2006 l’intervista di Lamberto Riva ad Aldo Pedrone (recentemente scomparso) su “Don Primo Mazzolari, una voce scomoda e profetica per la politica”. Nelle pagine della pubblicazione, che sollevano così vibranti attualità di pensiero politico, può sfuggire il nome di Giulio Andreotti, che non appare menzionato e che venne a Lecco nel maggio 1988. Era allora ministro degli Esteri. Mancava una settimana al voto comunale e la DC ripresentava il sindaco uscente Giulio Boscagli. Parlò al Teatro della Società e chiese poi di essere accompagnato a Belledo, dove si recò nel vecchio camposanto vicino alla chiesetta di Sant’Alessandro per cercare lontani parenti. Ma quel giorno ci fu una inesattezza storica: Belledo doveva intendersi per Maggianico, perché sino al 1869 era Belledo il Comune che comprendeva nel suo territorio anche il più vasto e popoloso quartiere di Maggianico, in fase di grande espansione per l’acqua termale di Barco ed i soggiorni della Scapigliatura.
Aloisio Bonfanti 














Lecco: il palazzo municipale ha 85 anni

Sono 85 anni che il Municipio di Lecco ha sede nel palazzo di piazza Diaz. Era il 13 aprile 1928 quanto il re Vittorio Emanuele III giungeva a Lecco per inaugurare il nuovo Municipio che “ufficializzava” la nascita della “Grande Lecco”, ovvero del Comune che unificava Castello, San Giovanni, Rancio, Laorca, Acquate, Germanedo, Maggianico. Era un provvedimento governativo del dicembre 1923 che divenne esecutivo il 1° marzo 1924, salvo Maggianico che venne assorbito successivamente.

Costruito tra il 1843 ed il 1845, su progetto dell’arch. Giuseppe Bovara, come ospedale, l’edificio era rimasto tale sino al 1900, quando venne inaugurato il nuovo complesso di via Ghislanzoni. Il palazzo divenne poi sede di uffici statali, del Tribunale, ed accolse per un certo periodo anche la stazione dell’Arma dei Carabinieri, dal 1914 nella caserma di corso Martiri. Il Municipio saliva in piazza Diaz, lasciando la sede di via Roma, nel palazzo Ghislanzoni, donato al Comune nel 1891. Tra il 1926 ed il 1928 il futuro nuovo Municipio vedeva lavori di sistemazioni, su progetto dell’ing. Iosto Braccioni.

La cerimonia inaugurale fu solenne e rappresentò l’unica visita ufficiale a Lecco di Vittorio Emanuele III. Il re era solo transitato in precedenza da Lecco la notte del 24 agosto 1915, quando effettuò una brevissima sosta di riposo diretto al fronte alpino dello Stelvio.

Il 13 aprile 1928 il re giunse da Milano con treno speciale, alle 15.45, accolto dalle note della marcia reale suonate dalla banda del 67° reggimento fanteria. Vittorio Emanuele inaugurò il palazzo ed apparve al balcone centrale. Raggiunse poi l’Istituto per la cura della tubercolosi polmonare in via Tubi, oggi sede di uffici ASL. Si portò successivamente al monumento ai Caduti sul lungolago, dove depose una corona d’alloro. Prima di far ritorno in stazione volle percorrere, in auto, il lungolago cittadino sino al monumento ad Antonio Stoppani. Nei giorni precedenti la visita, il Comune di Lecco aveva fatto affiggere, con il podestà Angelo Tubi, numerosi manifesti con l’invito “Cittadini! Fuori le bandiere! Ogni finestra abbia una bandiera!” Tale fu la città durante la cerimonia di quel 13 aprile 1928.

Aloisio Bonfanti

(la documentazione fotografica che pubblichiamo si riferisce ad avvenimenti storici e a momenti di vita cittadina ripresi presso il palazzo municipale negli 85 anni trascorsi










 







Chierichetti a Castello, oltre un secolo dopo

Si colloca in una storica e radicata tradizione della Chiesa di Lecco il raduno chierichetti che avrà luogo nel pomeriggio di sabato 13 aprile, presso la parrocchia di Castello, e per il quale sono in corso preparativi con la regia di don Paolo Ventura.

Era l’anno 1909 quando, presso l’oratorio San Luigi di Lecco centro, l’assistente don Luigi Verri volle costituire un’apposita sezione accoliti con la collaborazione del maestro di sacre cerimonie, Antonio Spreafico. Nel marzo 1910 esiste già documentazione fotografica ripresa presso la cappella dell’oratorio, dove si tenevano le prove, che gli accoliti indossavano, oltre alle tradizionali vesti nere o rosse, pantofole rosse e calze bianche nelle celebrazioni delle grandi festività. Si deve tener presente che allora i ragazzi giungevano all’oratorio in diversi casi ancora con gli zoccoli, con calze di disparato colore, o addirittura senza.


Gli accoliti di Lecco san Nicolò celebrarono il Giubileo d’oro del cinquantesimo nel mese di dicembre 1959, quando venne solennemente incoronata, in occasione della festa dei Cooperatori, la Madonna Immacolata della chiesetta dell’oratorio. Venne collocato un diadema in argento ed oro cesellato, fine e pregevole opera della scuola “Beato Angelico” di Milano. Nella celebrazione prioritaria dell’incoronazione della Madonna per i 50 anni della cappella, si affiancò anche il ricordo di quanti, nel cammino di mezzo secolo, si erano impegnati in un servizio liturgico diligente e preciso, come richiedevano le cerimonie solenni e normali.

Sabato 13 aprile la parrocchia di Castello ospiterà il meeting decanale dei chierichetti, all’insegna dello slogan “Quale dono …..al servizio della Fede”. Il programma prevede alle 15 l’accoglienza presso l’oratorio di Castello; seguirà il grande “Chierigioco”; alle 16.30 è prevista la merenda, con invito a ciascun gruppo a portare “qualcosa”. La conclusione solenne sarà alle 17.30 nella chiesa di Castello, con vespri e benedizione eucaristica presieduti dal vicario episcopale mons. Maurizio Rolla. I partecipanti al meeting raggiungeranno le chiesa in processione, partendo dall’oratorio di Castello ed attraversando piazza Dell’Oro. Nei ricordi storici del raduno lecchese può spiccare una dedica autografa che il cardinale arcivescovo Giovanni Battista Montini (poi papa Paolo VI) lasciò presso la basilica di San Nicolò, durante la visita pastorale alla Pieve di Lecco dell’autunno 1959. Il futuro Pontefice ha scritto “Una benedizione agli accoliti, affinché dalla devozione del loro servizio, sia sempre lode al Signore, edificazione al popolo, santa letizia alle loro anime”. Era il 27 settembre 1959.

Alosio Bonfanti
 














 

In memoria di Antonio Badoni
Il 16 aprile prossimo verrà rievocata, 70 anni dopo, la scomparsa di Antonio Badoni, classe 1916, sottotenente di vascello, decorato di medaglia d’argento al valor militare. Nella notte del 16 aprile 1943 il giovane ufficiale della Marina Militare italiana, figlio di Giuseppe Riccardo Badoni, della famiglia che ha sempre avuto nel tempo la prestigiosa fabbrica, cadde in combattimento, scomparendo per sempre tra i flutti del Canale di Sicilia mentre era a bordo del cacciatorpediniere Cigno. Quest’ultima unità della Marina Militare era impegnata nella scorta di un convoglio italiano di rifornimento verso il Nord Africa quando venne attaccato da navi inglesi meglio armate.
La cerimonia commemorativa viene organizzata dagli Ufficiali in congedo, dal Nastro Azzurro, in particolare con il vice presidente Mario Nasatti, dalla sezione Marinai. Verrà celebrata, alle 10.30, una Messa nella basilica di San Nicolò e si formerà, quindi, un corteo, che raggiungerà il monumento dei “Caduti del mare” sul lungolago. Alla cerimonia parteciperà la rappresentanza degli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale “Badoni”, con il preside prof. Angelo De Battista. Nel pomeriggio, alle 15.30, presso l’aula magna del Badoni in via Rivolta avrà luogo la commemorazione ufficiale. Il presidente UNUCI Giovanni Bartolozzi, con il preside Angelo De Battista, presenterà gli ospiti. La commemorazione di Antonio Badoni è affidata all’ufficiale di Marina Marco Milani ed al vice presidente del Nastro Azzurro, Mario Nasatti. Sarà anche occasione per ricordare che l’Istituto Tecnico Industriale, nato nel 1946 come corso serale dell’ELIP, promosso dall’ing. Giuseppe Riccardo Badoni, papà di Antonio, e dall’ing. Angelo Beretta, è stato poi dedicato alla memoria di Antonio Badoni. Il “Badoni” è assurto ad esempio di eccellenza didattica, dal corpo dei docenti, con il compianto preside prof. Antonino Cusolito, agli attrezzati laboratori. L’istituto si presenta oggi con 1300 studenti. E’ articolato in cinque diversi indirizzi: meccanica energia; elettronica, elettrotecnica ed automazione; informatica e telecomunicazione; liceo scientifico delle scienze applicate; costruzioni, ambiente e territorio. Su ogni diploma campeggia il nome di Antonio Badoni, sottotenente di vascello, medaglia d’argento al valor militare alla memoria.
Pubblichiamo rarissime fotografie della cerimonia del 1953/1954, nel salone consiliare del Comune di Lecco, per l’intitolazione dell’istituto tecnico industriale ad Antonio Badoni, nel decennale della scomparsa. Il discorso ufficiale venne tenuto dal prof. Ireneo Coppetti, assessore al Comune di Lecco. Pubblichiamo anche foto di ex allievi del Badoni, con raduni di classe diversi anni dopo il diploma, dove è possibile anche riconoscere il preside Antonino Cusolito.


Aloisio Bonfanti








La Via Crucis di Laorca sopra Lecco

È un itinerario di fede, di devozione popolare, di arte e natura, la Via Crucis immersa nel verde che sale dal nucleo storico del quartiere Laorca sino all'antichissima chiesetta di San Giovanni sotto le grotte. E' una Via Crucis particolarmente frequentata in tutti i venerdì di Quaresima, ma che diventa ancora con più numerosi fedeli nei giorni della Settimana Santa: partecipano solitamente le parrocchie della città e del territorio vicino, ma giungono anche fedeli di zone più lontane. Anche quest'anno vi è stata la solenne Via Crucis dei ragazzi dell'oratorio San Giuseppe di Laorca, affiancati da alcuni nonni e genitori, guidata da don Lauro Consonni e da suor Paola Bolis. I canti erano coordinati da Stella Lombardini Castagna della locale corale parrocchiale.
L'itinerario è praticamente quello di una Via Crucirs campestre, immersa nella natura, tra alberi e sovrastanti rocce, in un ambiente che è indicato al raccoglimento ed alla preghiera.
Pubblichiamo un articolo sulla Via Crucis di Laorca di Aloisio Bonfanti, del 1990, l'anno che ha visto il rinnovo delle raffigurazione delle cappelle, dovuto al pittore Paulo (Paolo Gerosa), per iniziativa dell'allora parroco don Angelo Galbusera, oggi residente a Casatenovo.























PIETÀ POPOLARE E ARTE  «Via Crucis» alle Grotte di Laorca Nuova Via Crucis, con quindici "stazioni", al cimitero delle Grotte di Laorca, il quartiere più settentrionale della città di Lecco, sulla strada verso la Valsassina. Sotto la parete strapiombo del Medale, dove le rocce si mescolano agli ultimi prati cadaveri della valle ed ai boschi del pendio del monte, le Grotte di Laorca rappresentano un "cammino" di storia, di Fede, di arte, di devozione popolare, che si articola dal cimitero all'antichissima chiesetta di San Giovanni ai Morti. Lasciando il nucleo più antico di Laorca, raccolto attorno alla parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, il percorso pedo nale tra strette viuzze in ripida ascesa porta alle Grotte e, proprio dove le case terminano, appare la prima "stazione" della Via Crucis, risalente nella sua originaria collocazione al 1770.

Siamo in piena aria di monte: la parete del Medale, palestra da sempre dei più noti rocciatori lecchesi, appartiene al gruppo montuoso del Monte San Martino, il "sasso" caro all'abate-geologo Antonio Stoppani; a due passi il "canalone" della Calolden ricorda il vecchio sen- tiero per i Piani Resinelli, percorso dai "pionieri" dell'alpinismo quando non c'era ancora la carrozzabile da Ballabio Superiore; il vicino Zucco di Pomedo rammenta una "disputa" manzoniana sul luogo del palazzotto di don Rodrigo. La chiesetta di San Giovanni è già menzionata nel "Liber Notitiae Sanctorum Mediolani' di Goffredo da Bussero, nel 1285. Sulla parte alta, terminale, di questo tracciato, si colloca la Via Crucis, che registra ora una nuova "edizione" realizzata e donata dal pittore Paulo Gerosa, lecchese di Laorca, che ha lavorato per anni con ammirevole costanza e grande impegno, aggiungendo la "novità" della quindicesima stazione, quella della Resurrezione. Quest'ultima si colloca nell'ossario di San Giovanni, che ha avuto un nuova sistemazione. L'ossario, datato 1649, raccoglie, praticamente, i resti di tutti i morti di peste, che fece strage a Laorca, investita in pieno nella direttrice verso Lecco dai battaglioni dei Lanzichenecchi; che erano stati sepolti frettolosamente nei giorni più tragici del contagio e della paura, quando intere famiglie venivano cancellate dal terribile morbo, paesi agonizzavano in un generale quadro di miseria e di disperazione.









La Via Crucis del 1770 completa questo processo devozionale, e lo integra con una ulteriore presenza di fede, unita alla tradizione; la Via Crucis avrà diverse "edizioni"; la penultima risale al 1919, opera del valsassinese Luigi Tagliaferri di Pagnona, un protagonista di quella pittura religiosa popolare che si può dire, oggi, quasi spenta. Dopo la "Via Crucis" del Tagliaferri viene ora quella di Paulo Gerosa.

"Ho iniziato a dipingere la nuova Via Crucis nel maggio 1985 - ricorda Paulo Gerosa, cinquanta anni, pittore da trenta - e il parroco don Angelo Galbusera mi ha concesso, come studio, una sala

dell'asilo parrocchiale di Laorca; lì ho iniziato a collocare le prime tavole di metri 1,20 x 2,30, salvo l'ultima stazione (la Resurrezione) che è leggermente più grande. Ho usato la tecnica dei colori acrilici, su supporti di fibra di cemento. Ho scelto tali colori per la loro tenuta e durata contro l'umidità, che è notevolmente presente sotto le Grotte di Laorca. Ho evitato - dichiara sempre Paulo - qualsiasi riferimento di paesaggio e di ambiente, o di altri particolari, sul fondo dei vari dipinti; ho inteso, con tale scelta, evitare distrazioni negli osservatori e porre l'attenzione soltanto sul mistero di Cristo".

   
 
Aloisio Bonfanti 


Le quattro sorelle “garibaldine”
La Giunta Municipale di Lecco, con il sindaco Virginio Brivio, ha deliberato che l'auditorium di via Ugo Foscolo, fra i quartieri Acquate ed Olate, venga dedicato alla memoria delle quattro sorelle "garibaldine" Villa, protagoniste di episodi eroici durante la Resistenza e la Lotta di Liberazione.
La loro abitazione in località Garabuso di Acquate divenne punto di riferimento e di aiuto per i combattenti della libertà operanti nelle formazioni partigiane, per ex prigionieri, ebrei, perseguitati politici. Nella casa del Garabuso trovò rifugio il parà USA Louis Biagioni, paracadutato nella primavera 1944 sui monti del lecchese per missioni segrete oltre le linee tedesche. Le quattro sorelle Villa erano Caterina, Angela, Erminia, Carlotta. Sono tutte decedute. La cerimonia di inaugurazione in via Foscolo avrà luogo durante le celebrazioni del prossimo 25 aprile e verrà promossa in collaborazione tra Comune di Lecco ed ANPI.
Pubblichiamo un brano di Aloisio Bonfanti, del 1994 (cinquant’anni dopo i fatti del Garabuso e del parà USA), tolto dalle pagine del libro “Il cortile delle botti e dei sassi”, edito da Emmepi.

QUEL PARÀ PIOVUTO DAL CIELO
Sono viventi due delle quattro sorelle garibaldine Villa, del Garabuso di Acquate sopra Lecco, che cinquant'anni or sono vennero arrestate dalle SS con l'italo americano Louis Biagioni, un giovanissimo 'par" Usa, nato da genitori di Firenze. Biagioni vive ora a St. James vicino a New York. Dopo l'arresto a Lecco finì in Germania, dove venne liberato dagli americani alla fine della guerra.
Biagioni era stato paracadutato in Valle Imagna, con i primi lanci alleati all'inizio della primavera del 1944. Con lui c'era Emanuele Canoni, un tenente italiano, nativo di Caravaggio, addestrato in Sardegna per missioni segrete oltre le linee tedesche. Catturato dalle SS, Canoni fu fucilato a Fossoli nel luglio 1944 con settanta antifascisti, fra i quali quattro lecchesi.
Biagioni, dagli Stati Uniti, scrive sovente alle sorelle Villa. Non è più tornato in Italia; sono tornati i genitori, nell'immediato dopoguerra, e, dopo aver visitato i parenti a Firenze, hanno raggiunto Lecco per incontrare le sorelle Villa.
La missione di Biagioni, Canoni e di un terzo parà, Pietro Briaca, era iniziata male. Il lancio in Valle Imagna risultò impreciso. Si perse la radio trasmittente che doveva collegare le formazioni della Resistenza dai monti del lecchese alle centrali operative nel sud. Gli stessi parà avevano dovuto cambiare sentieri: dovevano raggiungere la zona montana sopra Barzio, ma furono obbligati a ripiegare presso la canonica di Morterone, con don Piero Arrigoni. Scesero poi su Lecco, dividendosi e Louis Biagioni trovò rifugio in casa Villa, sotto le pendici di Erna, nella gola del Caldone. Era una casa che, dal settembre 1943, funzionava da punto di aiuto per ex prigionieri alleati, ebrei, antifascisti, dove si organizzavano contatti ed appoggi con le formazioni partigiane. Era in zona isolata, su strada poco frequentata dopo il tramonto, quando cessava il lavoro nella vicina cartiera Cima.











Le sorelle Villa sono figlie di Carlo, capomastro di Acquate, l'ex Comune lecchese dove fu sindaco per diversi anni. Nel 1944 papà Villa era già deceduto; c'era la consorte,. Antonietta Ongania, sorella di Giuseppe Ongania, sindaco a Lecco nel primo decennio del secolo. Era famiglia di tradizioni garibaldine, dai cinque fratelli patrioti, Torri Tarelli, parenti per ramo materno, agli Ongania.
Nel 1943 fu immediata la scelta di impegno per la libertà contro gli invasori. Le quattro sorelle Ville, tutte nubili, erano: Caterina, classe 1898; Angela, classe 1900; Erminia, classe 1905; Carlotta, classe 1906. Oggi, nell'abitazione di via Porta a Lecco, dove risiedono dal 1977, si possono incontrare due sorelle: Caterina, quasi novantasei anni; Erminia, quasi ottantotto. Sono scomparse Carlotta, nel 1973 e Angela, nel 1980.
Erano in casa quella sera di cinquant'anni fa. Il silenzio della località venne rotto da ordini militari secchi e decisi: raffiche di mitra si sgranarono contro i muri dell'edificio. Venne picchiato alla porta con l'ordine di aprire. C'erano la mamma Antonietta, inferma, e tre sorelle: Caterina, Erminia e Carlotta. Angela era a Barzio da parenti. Le sorelle cercarono di far fuggire Biagioni; gli indicarono un passaggio in cantina che portava al giardino retrostante la casa e poi al greto del torrente Caldone. Biagioni raggiunse il piccolo corso d'acqua, ma la zona era tutta circondata da SS e finì prigioniero. Le tre sorelle Villa furono portate al comando SS di Acquate, installato nella villa Adelchi Cima, ora Paolo Fiocchi. Vennero poi trasportate alla caserma Sirtori di Lecco, all'Hotel Regina di Milano e nel carcere di San Vittore.


Avvertita dell'arresto, Angela scese da Barzio, il giorno dopo e raggiunse la casa del Garabuso; l'edificio era ancora sotto sorveglianza e anche Angela venne bloccata. Finirà a San Vittore e liberata dopo ventuno giorni di detenzione. Le altre tre sorelle furono mandate a Fossoli, in attesa di partire per la Germania.
Caterina riuscì a fuggire a Verona, con uno stratagemma durante una lunga sosta del convoglio. Erminia, con altri prigionieri, evase a Dolo (Venezia). Riuscirono ad ubriacare i tedeschi di guardia. Rimase nascosta per qualche giorno in un convento; poi raggiunse Milano con mezzi di fortuna; si nascose a Saronno e Tradate grazie alla famiglia Zerbi. Carlotta era in Germania; resterà sino alla liberazione nei terribili campi delle torture e dello sterminio con le camere a gas.


21 Febbraio 1994





Quel 19 marzo: le nuove porte in San Nicolò

L’Anno della Fede dovrebbe portare anche ad una riscoperta delle Porte della Misericordia, dei Papi e dei Santi Patroni presso la basilica prepositurale di San Nicolò in Lecco. Era il 19 marzo 1975 quando la basilica visse un evento memorabile nelle sue vicende storiche del Novecento: l’arcivescovo cardinale Giovanni Colombo benediceva le nuove porte in bronzo, pregevole opera del noto scultore Enrico Manfrini e donate dalla Banca Popolare di Lecco, nel primo anniversario dell’improvvisa scomparsa del presidente, cavaliere del lavoro Mario Bellemo.

Mario Bellemo tre anni prima, con motu proprio del Papa Paolo VI, era stato insignito della commenda del Pontificio Ordine di San Gregorio Magno. E’ stato il prevosto mons. Enrico Assi a proporre, dopo la scomparsa di Bellemo, per onorare la memoria, la realizzazione di un’iniziativa da tempo vagheggiata: adornare la basilica di San Nicolò di artistiche porte in bronzo, in sostituzione di quelle lignee, ormai fatiscenti. Le porte furono sempre care a mons. Enrico Assi, tanto che la formella dell’Adorazione dei Magi venne scelta per campeggiare sul cartoncino di partecipazione della sua ordinazione episcopale avvenuta martedì 6 gennaio 1976, solennità dell’Epifania, alle 15.30, nella basilica di Lecco.














Pubblichiamo un servizio giornalistico di Aloisio Bonfanti, del marzo 1975, con la cronaca della cerimonia di inaugurazione.

“Signore, benedici questa porta d’ingresso nel tempio, portatrice di fede e di pace, per la grazia di Colui che si è proclamato essere porta, Gesù Cristo, Tuo figlio e nostro Signore”. Con questa breve, ma significativa preghiera, il cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, ha benedetto le nuove porte in bronzo della basilica di Lecco, opera del noto scultore romagnolo Enrico Manfrini, e donate dalla Banca Popolare di Lecco a memoria del cavaliere del lavoro Mario Bellemo. Una mattinata fredda e piovosa, dai tardivi rigori invernali, ha accolto il cardinale Colombo. Il sagrato della basilica offriva il paesaggio di un lago cupo, di monti imbiancati e di vette nascoste da vaganti veli di nubi. Un attimo di tregua, nella pioggia scrosciante dalla notte, ha permesso la breve cerimonia all’ingresso della basilica.

Il vice presidente della Banca Popolare, Luigi Rusca, ha ricordato che la consegna delle nuove porte bronzee era reso più solenne “dalla augusta presenza di chi tanto degnamente occupa la cattedra di Ambrogio e di Carlo”. Rusca ha sottolineato che adornare di un’opera d’arte, di squisita fattura e di alta concezione spirituale, una città di traffici come Lecco, è sembrato ai dirigenti della Banca Popolare “il più ambito dei compiti, l’imperitura consacrazione della riconoscenza verso chi c’era stato per tanti anni impareggiabile guida”.

Durante l’omelia della Messa il cardinale Colombo si è detto lieto di essere tornato ancora una volta a Lecco, città viva ed operosa, che vanta gloriose tradizioni cristiane. Le nuove porte, ha proseguito l’arcivescovo, acquistano un valore simbolico che vuole essere stimolo ed alimento ai valori cristiani, nei quali, attraverso i secoli, Lecco si è sempre riconosciuta nelle sue vicende e nella sua storia. Commemorando Mario Bellemo, il cardinale Colombo ha posto in risalto le sue doti di uomo dal dovere silenzioso, dalla volontà costante, dall’impegno cristiano.

Dopo la Messa, presso il salone Giovanni XXIII, la figura e le opere di Mario Bellemo sono state ricordate da vari oratori. Il prof Luigi Colombo, preside dell’Istituto Parini e già sindaco di Lecco, ha commemorato il combattente, il granatiere della prima guerra mondiale, il cavaliere di Vittorio Veneto, l’amico della scuola e dei giovani. Il presidente della Regione Lombardia, Cesare Golfari, ha rammentato che il recente provvedimento di istituzione del circondario e del comprensorio di Lecco ebbe nel dott. Bellemo un convinto sostenitore fin da quando promosse un comitato per l’autonomia amministrativa del territorio lecchese. il ministro Tommaso Morlino ha manifestato espressioni di riconoscimento, a nome del Governo, per quello che la Popolare di Lecco ha saputo fare per la crescita e lo sviluppo economico e sociale dell’intera zona. Il presidente dell’Associazione Banche Popolari, Francesco Parrillo, ha evidenziato i decenni di rapporti fraterni, l’ascesa duratura della Banca Popolare con la guida di Mario Bellemo. Il sindaco Guido Puccio ha, infine, portato il compiacimento ed il saluto della civica amministrazione, ricordando che nel 1972, in occasione del centenario della banca, era stata conferita a Bellemo, una targa di civico riconoscimento. Il figlio dello scomparso, l’attuale presidente della banca, Giancarlo Bellemo, ha ringraziato tutti gli intervenuti. Ha reso noto altre iniziative in onore del padre: una Fondazione per studi economici e culturali sulla zona di Lecco; una scuola speciale per ragazzi handicappati; una lapide presso la sede centrale della banca. La lapide verrà inaugurata sabato 22 marzo 1975, dopo l’assemblea annuale dei soci, nell’atrio del palazzo di piazza Garibaldi.

Lo scultore Enrico Manfrini, deceduto a Milano nel 2004, è tornato improvvisamente alla ribalta della cronaca in queste ultime ore: l'anello del Pescatore che Papa Francesco porterà da oggi è opera sua. Il Papa invitato a scegliere fra tre modelli propostigli da mons. Guido Marini, ha infatti preferito il bozzetto con le immagini di Pietro con le chiavi che lo scultore Manfrini aveva dato a suo tempo a mons. Pasquale Macchi, il segretario di Paolo VI. Manfrini era nato a Lugo di Romagna nel 1917. Tra le tante sue opere c'è anche la statua di Giovanni XXIII in cima alla scalinata del santuario Madonna del Bosco ad Imbersago, lungo il corso dell'Adda.

 Aloisio Bonfanti


Lecco ricorda gli scioperi del marzo'44 

La città di Lecco ricorderà anche quest’anno gli scioperi del 7 marzo 1944. La commemorazione è promossa dal Comune di Lecco, dalla Provincia, dall’ANPI e dalle organizzazioni sindacali e si svolgerà nel quartiere cittadino di Castello. Dal 2004 un parco in corso Matteotti è a memoria degli operai lecchesi deportati in Germania dopo le sciopero del 1944. E’ stato inaugurato nella ricorrenza del 60esimo ed è il giardino pubblico realizzato sull’area ex Stabilini di corso Matteotti.
























Ventisei lavoratori lecchesi vennero deportati in Germania nei terrificanti campi nazisti dopo lo sciopero del 7 marzo 1944 proclamato dal CLN clandestino contro la guerra, l’occupazione nazista e per chiedere condizioni più accettabili di salario e di lavoro, in tempi di crescente mancanza dei più elementari generi di sussistenza. Soltanto sette dei deportati erano destinati a sopravvivere ed a rientrare nel lecchese dopo la Liberazione, nella primavera 1945.

Alle 10 del mattino del 7 marzo 1944 i lavoratori di numerose industrie, come Rocco Bonaiti, Badoni, Caleotto Arlenico, FILE, ed altre, cessarono il lavoro per due ore. La durata dello sciopero si prolungò alla Bonaiti, in quanto gli operai chiedevano miglioramenti aziendali. La rappresaglia nazifascista fu pensatissima. Arresti furono effettuati in tutte le fabbriche; i lavoratori fermati furono legati l’un l’altro con una fune e fatti sfilare per le vie del centro cittadino, sin oltre il ponte Vecchio, dove sulla strada per Como era fermo un autotreno con rimorchio. Ebbe, così, inizio il tragico viaggio verso la Germania nazista. Una lapide ricorda, in via Castagnera, i deportati che non fecero ritorno. Venne collocata il 7 marzo 1946 presso il complesso Bonaiti da maestranze, operai e direzione. Alla Rocco Bonaiti su 22 operi deportati 14 morirono. L’industria è stata demolita negli anni ’70 e nel 1974 è stato inaugurato il nuovo complesso scolastico dell’Istituto Giovanni Bertacchi, inaugurato dal Comune di Lecco con il sindaco Guido Puccio e l’assessore alla Pubblica Istruzione, Giuseppe Agostoni. Tra i sopravissuti, unico ancora vivente Pino Galbani, il più giovane degli scioperanti, nato a Ballabio, ma da tempo residente in quartiere Castello. Galbani, classe 1926 è cittadino benemerito premiato con la medaglia d’oro di San Nicolò.

Quest’anno la cerimonia commemorativa, che avrà inizio alle 8.30 con una Messa nella chiesa di Castello, prevede nell’incontro con gli studenti nell’Aula Magna una relazione del prof. Andrea Bienati, docente universitario, e di Mario Loria, studioso di storia delle deportazioni. Vi sarà l’intervento musicale del duo Persico-Cusmano, con violino e chitarra. Sono previsti, altresì, le presenze e gli interventi delle maggiori autorità della città e della Provincia, con il presidente ANPI, Enrico Avagnina.

Aloisio Bonfanti






Pescarenico: addio al Circolo Risorgimento

Addio al Circolo Risorgimento di piazza Era, in quartiere Pescarenico, sul lungo Adda del villaggio manzoniano, non lontano dalla sponda delle reti tese ad asciugare ed a ridosso della ciclopedonale, nel tratto romantico dei salici piangenti. Il Risorgimento chiude i battenti il 28 febbraio; lo stabile verrà rinnovato per accogliere un ristorante pizzeria, che spalancherà le sue vetrate panoramiche sul tratto dell’Adda reso famoso dalla fuga notturna dell’Addio Monti sulla caratteristica barca con gli archi.







Il Circolo Risorgimento ha rappresentato un pezzo notevole della storia di Pescarenico, andando anche oltre per una serie di attività politiche, civiche, aggregative, che hanno punteggiato oltre mezzo secolo, dagli anni ’50 del Novecento al primo decennio del Duemila. E’ stato “il camino” dei pescatori e dei barcaioli, dove era possibile riascoltare, sino a qualche anno or sono, i protagonisti di quella benemerita spedizione nel Polesine alluvionato del 1951, guidata dall’allora sindaco di Lecco Ugo Bartesaghi. Vi erano le testimonianze vive e sentite di coloro che, portando le barche di Pescarenico, remarono con grande coraggio nel Polesine allagato dalla devastante furia del Po, raggiungendo casolari isolati dove la gente si era rifugiata sui tetti, in attesa di soccorso. E’ stato al centro di dibattiti politici, di conferenze, di incontri, ai quali non mancava la presenza dell’on. Gabriele Invernizzi, nativo di Pescarenico, più volte deputato al Parlamento della Repubblica. Era sovente al Risorgimento Italo Corti, consigliere comunale ad Oggiono, poi assessore e vice sindaco a Lecco. Sono stati numerosi ed intensi anche i momenti sportivi, dal calcio alle bocce. Non sono mancate le feste popolari nell’area antistante la palazzina della sede e nel vicino spazio della bocciofila, chiamata anche delle “Furie rosse” per una serie notevole di successi negli anni ’90. E’ approdata al Circolo Risorgimento la Sagra di Pescarenico, con la caratteristica regata dei batei, che fissa il traguardo proprio davanti a piazza Era. Il circolo è stato una galleria di personaggi, singolari e curiosi, che avevano nel cuore Pescarenico e le sue contrade, dalla via Maggiore allo Stradun. Non sono mancati cerimonie, rievocazioni, incontri per anniversari, come quando i “granata” del Toro Club vollero al Risorgimento fissare la sede di ritrovo e celebrare il 50esimo, nel 1999, della tragedia aerea di Superga. Non sono mancate le scuole di ballo, le lezioni di danza, la ginnastica dolce ed altri appuntamenti gemelli. Non è mancata nemmeno la buona cucina, sana e popolare, di più noti piatti lariani, brianzoli e lombardi.

Il ristorante pizzeria che subentrerà nei locali del circolo continuerà una tradizione di cucina locale, nella quale è possibile ritrovare gusti e sapori di tempi antichi e moderni ed, intanto, guardare al fiume che scorre nel ricordo delle pagine manzoniane dei Promessi Sposi, da sempre ritenute tra le migliori.

Aloisio Bonfanti


 1983: quella “passerella” di Varenna con Morlino

Sono trascorsi trent’anni da quella domenica di fine febbraio 1983, quando l’allora presidente del Senato della Repubblica, Tommaso Morlino, inaugurava a Varenna la stupenda “passerella” panoramica dalla località Olivedo alla Riva Grande, con i vecchi portici. Era un progetto che Varenna aveva messo in cantiere sin dal 1954, per valorizzare sotto il profilo turistico la sua bellissima posizione di balcone del centro Lario. La passeggiata, detta anche “del Menaggino”, per il forte vento che sovente soffia dalla sponda opposta di Menaggio, è lunga circa 500 metri e si spalanca proprio sulle acque nel punto più ampio del Lario. E’ un richiamo turistico eccezionale per Varenna, frequentatissima in ogni stagione da visitatori provenienti da tutto il mondo. Varenna, capitale per la provincia di Lecco della cultura per la sua Villa Monastero, aggiungeva anche il ruolo di capitale turistica con la passeggiata sul lago. In zona Olivedo si può notare una lapide a ricordo di Enzo Venini, non dimenticato sindaco di Varenna, cultore di storia e di tradizioni locali, in particolare della sua frazione di Fiumelatte. Nella vita di ogni giorno era un impiegato amministrativo alla Fiocchi Munizioni di Lecco/Belledo. Si può notare, poi, lungo il tracciato della passerella, un’altra lapide che ricorda Stefano Della Mano, un artigiano locale animatore della Pro Loco e da sempre tenace sostenitore della passeggiata costiera.

Il sen. Tommaso Morlino giunse a Varenna accompagnato dal fedelissimo segretario Antonio Beretta, assessore al Comune di Lecco. Era sindaco di Varenna il compianto Giorgio Monico. Erano presenti numerose autorità civili, militari e religiose, residenti di Varenna, villeggianti e turisti. E’ stata l’ultima opera pubblica di rilievo inaugurata da Morlino nell’ambito della sua presenza nel territorio, iniziata nel 1968, con la prima elezione al Senato nel Collegio lecchese.











Morlino venne, infatti, stroncato da improvviso malore a Palazzo Giustiniani, in Roma, il 6 maggio 1983. Erano trascorsi poco più di due mesi dalla solenne cerimonia di Varenna. Aveva 57 anni. Agli amici e stretti collaboratori era apparso affaticato in quel maggio 1983 dal delicato incarico di esplorazione politica, ricevuto dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini, per cercare di evitare la conclusione anticipata della legislatura di Senato e Camera, dopo una difficile crisi di Governo.

Eletto quattro volte nel Senato della Repubblica nel Collegio di Lecco (1968, 1972, 1976, 1979), Morlino ebbe importanti incarichi nel partito della DC, nel Parlamento, nel Governo e, soprattutto, con la presidenza del Senato, seconda carica della Repubblica. Era un fedelissimo dell’on. Aldo Moro, lo statista democristiano trucidato dalle Brigate Rosse nella primavera 1978.

Morlino, al momento della scomparsa, lasciava la consorte Luisa Saraceno ed i giovanissimi figli Giovanni e Silvia.

La passerella è ormai entrata nella storia di Varenna, nella fase più recente che, dagli ultimi decenni del Novecento, si è proiettata nel corrente secolo Duemila. Sarebbe doveroso, trent’anni dopo, ricordare con una lapide la cerimonia inaugurale di fine febbraio 1983, quando il nastro tricolore venne tagliato dal presidente del Senato Tommaso Morlino, un evento eccezionale per Varenna ed anche veramente raro per tutto il Lario.
Aloisio Bonfanti







 CANOTTIERI LECCO: BLUCELESTI DA SEMPRE

Pubblichiamo un articolo di Aloisio Bonfanti del 1995, su “I colori del lago e del cielo sulle maglie dei canottieri lecchesi – Fu subito una storia di prestigio sportivo scritta sull’acqua”.














Era la sera del 27 settembre 1895 quando, presso il caffè del Teatro Sociale, veniva costituito il nuovo sodalizio Canottieri Lecco, “allo scopo di contribuire allo sviluppo del canottaggio”.
Le onde del lago hanno accarezzato la vecchia riva del Lazzaretto, nel passare di un secolo tumultuoso, dove tutto è cambiato nel mondo. Le nuove generazioni, se torneranno ai romanticismi di osservare il paesaggio del lago, nei giorni belli delle migliori stagioni, scopriranno il motivo delle maglie celeste azzurro dei primi vogatori di un secolo fa. Il presidente della Canottieri, Antonio Cima, suggerì tale scelta sociale unendo il colore del lago a quello del cielo: un panorama familiare ai rematori, ai primi soci della Canottieri Lecco. Sventolò così il vessillo sociale sulla sede ottenuta lungo la riva incolta detta Macao, vicino al Lazzaretto, gomito di sponda tra il tratto terminale del lago ed il primo corso dell’Adda, verso il ponte di Azzone Visconti.
Fu subito storia scritta sull’acqua, tra remi e barche. I pionieri celeste azzurro conquistavano già nel 1898 un titolo nazionale, con la iole di mare del timoniere Nando Pizzi. La società, nel 1901, ottenne di organizzare i campionati nazionali di remo. Il campo di regata si allungava da Parè di Valmadrera sino al Pescherino di Malgrate, a breve distanza da dove è stato costruito il Nuovo Ponte nel 1955. I campionati italiani sarebbero dovuti tornare a Lecco nell’agosto 1914, ma i venti di guerra imposero il rinvio. Un rinvio lungo perché arrivò il tragico periodo della prima guerra mondiale 1915/1918. Il 20 e 21 settembre 1919 le gare tricolori tornarono sulla acque lecchesi, sempre da Parè al Pescherino. L’anno successivo un vogatore della Canottieri, Nino Castelli, indossava la maglia della Nazionale, vogando nel singolo all’Olimpiade di Anversa.
La storia della Canottieri non è solo remo; il Calcio Lecco nasce nel 1913 come sezione foot-ball della società e la maglia degli aquilotti blucelesti proviene proprio dai colori sociali. Come dimenticare l’eccezionale stagione del nuoto femminile anni ’50, con primati, titoli nazionali, vittorie del duo Wilma Francoletti e Nucci Solari, oltre allo scudetto tricolore per società nel campionato a squadre femminili 1953. I primi 40 anni della Canottieri, nel 1935, vennero festeggiati con i campionati italiani di remo nel mese di agosto, sul nuovo campo di regata da Pradello al Brick-Malpensata. Splendida fu la vittoria della Canottieri, con Ferruccio Mascherpa ed Antonio Offredi, tricolori nel doppio tra l’entusiasmo dei tifosi lecchesi. I campionati italiani tornarono a Lecco nel settembre 1946. Il dopoguerra ’45 è anche il periodo migliore delle regate internazionali di autunno, classica di fine stagione. Si svolsero sino agli anni 1960/1970 e Lecco era, per alcuni giorni, la capitale europea del remo. E’ il campo di regata sul lungolago 4 novembre, che è carico di ricordi, con le solitarie tribune della zona arrivo



I PARA' USA AI PIANI RESINELLI

Un episodio poco conosciuto, ma molto importante, della Lotta di Liberazione 1945 è quello avvenuto ai Piani Resinelli la sera del 6 febbraio 1945, quando venne paracadutata una missione “segreta” americana, che doveva prendere anche contatto con le varie formazioni dei combattenti per la libertà. L’operazione aveva la denominazione in codice “Dick Ciliegio”. Il quadrimotore USA che sorvolò i Piani Resinelli era decollato dalla base di Castiglioncello, vicino a Livorno. Radio Londra segnalava il lancio con la parola d’ordine “Cartine per sigarette”. I due parà lanciati sui Resinelli avrebbero dovuto prendere contatto nella notte con gli amici in attesa se alla parola “Romulus” sarebbe giunta la risposta “Bicicletta”.
Pubblichiamo su tale avvenimento i capitoli relativi, che si trovano nel libro “Il cortile delle botti e dei sassi”, di Aloisio Bonfanti, edito da Emmepi Lecco nel 1999. La pubblicazione è accompagnata da documentazione fotografica.

La sera del 6 febbraio 1945, poco dopo le 22, veniva paracadutata in località Pra’ Cassina dei Piani Resinelli, a quota 1.400, la più importante “missione” americana operante nel Lecchese durante la Liberazione, con un compito importantissimo: riferire attraverso una radio clandestina i movimenti bellici nel territorio. Lecco era un nodo di primaria importanza, passaggio obbligato, stradale e ferroviario, verso il progetto di Mussolini: il ridotto alpino Valtellina, l’ultima frontiera di difesa tra le montagne delle Repubblica di Salò.
Sette volontari del gruppo “rocciatori”, collegato con la Resistenza, furono allertati per ricevere la missione segreta USA. Il gruppo era formato da Riccardo Cassin, Oreste Dell’Era, Giovanni Giudici, Mario Dell’Oro, Giovanni Airoldi, Mario Spreafico, Felice Butti. I due americani della missione erano: Lazzarini (Fulvio) e Mumolo (Ciccio). Il ricordo della loro coraggiosa avventura è affidato al materiale conservato presso il museo di Merate, preparato ed allestito grazie all’Ing. Luigi Zappa, per anni sindaco di Merate e consigliere provinciale a Como.
“La mobilitazione venne data verso le 18 – ebbe modo di ricordare Riccardo Cassin – da una staffetta delle Fiamme Verdi in collegamento con il comando di Milano. Dovevo radunare rocciatori fidatissimi e raggiungere i Resinelli. Fu impresa non facile avvertire “con catena a viva voce (senza intermediari)” gli uomini necessari. Raggiungemmo i Resinelli in piccoli gruppi, salendo sino a Laorca, poi la ripida Val Calolden, in mezzo alla neve; giunti al rifugio della SEL, tagliammo per i Piani verso il rifugio della Società Escursionisti Milanesi, SEM, per arrivare al pianoro segnalato per il lancio in località Pra’ Cassina”.
Sempre Riccardo Cassin, ricordando quel lancio, ha dichiarato: “Era una serata di buona visibilità, anche se c’era qualche nuvola. Giunti in zona, accendemmo i fuochi di segnalazione: furono visti dall’aereo ed ebbero inizio i lanci. Scese parecchio materiale nei contenitori, poi apparvero gli ombrelloni dei due parà. Mentre il materiale scese a “fuso”, i parà scomparvero alla nostra vista, piegando in diagonale verso il pendio su Ballabio Superiore. Li trovammo un’ora dopo, pronti, nel buio, in mezzo alla neve, armi alla mano, a chiedere la parola d’ordine, mentre ci avvicinavamo nella perlustrazione. Li portammo ai Resinelli, in casa Valsecchi, ritrovo dei rocciatori. Fummo poi impegnati tutta la notte a recuperare il materiale lanciato e a far scomparire i teloni”. Filtrarono voci, nonostante la totale segretezza dell’operazione, circa il lancio di americani ai Resinelli. La notizia provocò notevole preoccupazione nei servizi di sicurezza tedeschi e della RSI. La missione Usa cambiò continuamente casa per evitare il cerchio di ricerca di nazisti e fascisti, che cercavano di captare la zona di messa in onda della radio clandestina. Sicuramente, gli americani sono stati in Via Ariosto, a Castello/Galandra, a San Giovanni/Varigione, alla cantoniera di Abbadia Lariana, a Morterone ed in altre località. Vennero anche nascosti in basi diverse per evitare la duplice cattura, nel caso che avesse successo la ricerca nazi-fascista. Ma ciò non avvenne e Fulvio Lazzarini dichiarò: “Non esistono parole sufficienti per esaltare il coraggio, la dedizione, l’altruismo, la fraternità della famiglia di Carletto ed Angela Gerosa, di Via Galandra a Castello, unitamente ad Oreste Dell’Era ed agli allora ragazzi Gerosa. Tanti lecchesi, indistintamente, aiutarono con grande sprezzo della loro vita i due protagonisti della missione.




LECCO: QUANDO C'ERA IL CALDONE

Sono in corso lavori di consolidamento della copertura del corso d’acqua Caldone, nel tratto cittadino lecchese compreso tra piazza Manzoni e via Ghislanzoni. Viale Dante è, infatti, chiuso in senso ascendente, nel tratto compreso dal cantiere dei lavori. Si stanno controllando e consolidando le travature di una copertura del Caldone stesso, che risale agli anni ’60.
Sulla storia del Caldone pubblichiamo un articolo di Aloisio Bonfanti del febbraio 1992. Dopo il testo vi è una documentazione fotografica dove è possibile osservare il Caldone ancora scoperto, un panorama che ormai la metà dei lecchesi, per ragioni anagrafiche non può avere nella memoria.










Il torrente Caldone doveva essere deviato nel Bione. Era una delle grandi novità del Piano Regolatore Generale della città di Lecco del 1941. Il progetto non venne attuato ed il corso d’acqua venne “sepolto” tra il 1960 ed il 1970, in tutto il tratto terminale del suo corso, da via Porta, in alto a viale Dante, sino alla foce del lago, vicino alla Canottieri. E’ nata, così, una nuova importante arteria cittadina come viale della Costituzione, nel tratto da piazza Manzoni a via Leonardo da Vinci e poi sino al lungo lago, con la curva detta degli Alberi. Il torrente avrebbe dovuto esse deviato a valle della località Ca’ Gabaglio, di Acquate e portato a confluire nel Bione a Belledo. Un canale artificiale, in lento declivio, sarebbe stato realizzato nei vasti prati che allora c’erano nella zona attuale di corso Promessi Sposi, viale Montegrappa, via Eremo, via Tonio da Belledo. Il progetto era motivato dal fatto “che la deviazione permetteva la creazione di quella grande arteria dalla stazione al lago, che sarebbe stato il viale della Vittoria; una nuova via che consentiva di saldare omogeneamente i due settori della città, divisi dal solco del torrente Caldone”. Gli anni della guerra sino al 1945 finirono per bloccare il progetto della deviazione. Il Caldone non venne deviato, ma coperto, proprio per consentire una nuova più ampia arteria urbana. I primi lavori di copertura risalgono agli anni ‘62/’63, nel tratto di viale Dante sopra piazza Manzoni; poi, tra il ’68 ed il ’70, lungo piazza Manzoni sino al lago. Una copertura che ha cambiato anche il volto della centralissima piazza Manzoni “el pont piccul” dei lecchesi di una volta, rispetto al “grand” di Azzone Visconti sull’Adda. Nel tratto coperto del Caldone, a valle di piazza Manzoni, vi erano tre ponticelli: il primo all’altezza del cinema Nuovo, il secondo su via Aspromonte, il terzo su via Leonardo da Vinci. Nella parte superiore a piazza Manzoni c’era il ponticello di via Ghislanzoni, nelle vicinanze della Pesa Pubblica, e quello alto di via Digione, confinante con va Carlo Porta, dove il Caldone è rimasto scoperto ad iniziare dal corso sottostante dal corso sottostante il viadotto ferroviario.. La copertura del Caldone ha radicalmente modificato anche la viabilità in piazza Manzoni: è rimasto solo immobile al suo posto dall’inaugurazione nell’autunno 1891, il monumento all’autore dei Promessi Sposi.


VIGILI E VELOCIPEDI

Il testo tratto dal libro "Il vecchio borgo" di Aloisio Bonfanti è accompagnato dalla pubblicazione di alcune foto delle prime feste dei vigili urbani. 
 

<![endif]-->La fondazione del Corpo di Polizia Municipale, dei nostri «vigili urbani», risale all'anno 1885. Fu in quell'epoca che la Civica Amministrazione decise di nominare un capoguardia nella persona dell'ex maresciallo dei Carabinieri, Antonio Arluni, milanese di nascita. L'ex maresciallo Arluni fu un capo-guardia praticamente senza vigili: ebbe come incarico di sorvegliare i « cursori », gli attuali messi notificatori, quelli, per capirci subito, che avevano anche il gradito... compito di recapitare gli avvisi di accertamento dell'imposta di famiglia. I «cursori» svolgevano, oltre al servizio di notifica di tutti gli atti comunali, anche un controllo sulla osservanza dei vari regolamenti civici e sullo svolgimento del mercato, con particolare riferimento all'occupazione delle zone assegnate e alla vendita delle merci. Il mercato ha sempre sollevato, nella sua plurisecolare esistenza, proteste, reclami, e vertenze. Già nel 1855, ancora con la presenza austriaca in Lombardia, l'Imperial Regio Commissario Distrettuale aveva dovuto intervenire presso la Deputazione Comunale per dar vita ad uno schema di regolamento della attività degli ambulanti. Erano infatti sorte dispute, fra i misuratori di grano e i facchini del porto, sull'occupazione di qualche zona dell'odierna Piazza Cermenati. Proteste di passanti si erano poi, ripetutamente, manifestate per la merce collocata sui marciapiedi. Sull'orlo di risse, infine, si giunse quando alcuni pollivendoli, per mostrare la freschezza e la genuinità del prodotto, iniziarono a scannare in piazza il pollame, con la conseguenza di vistose chiazze di sangue sparse ovunque ed un volteggiare di piume, per negozi ed abitazioni, ad ogni soffio di vento.
Le disposizioni ed i regolamenti vennero comunque poco osservati. I due cursori comunali si dimostravano poco capaci di mantenere lo svolgimento del mercato entro binari ordinati, e disciplinare il traffico di carri e carrette che affluiva intorno alle bancarelle.

Fu così che la Civica Amministrazione, nel 1885, si affidò ad un uomo di provata esperienza e di sicura conoscenza della legge: il maresciallo dei Carabinieri Antonio Arluni. Per cinque anni l'ex sottufficiale della Benemerita ricoprì la carica di capo-guardia, primo autentico vigile urbano e primo comandante di un Corpo che si è poi sviluppato e potenziato, annoverando oggi oltre sessanta appartenenti.

Il consuntivo del 1885, come attività delle guardie municipali, vide un totale di 265 contravvenzioni, per infrazioni che andavano dal regolamento di polizia stradale a quello di igiene pubblica, dalla tassa sui cani all'occupazione di spazi pubblici, dallo spurgo dei pozzi neri al regolamento di pubblico ornato (l'edilizia dei giorni nostri).

Nel 1890 l'Arluni scomparve e fu un altro ex maresciallo, sempre della Benemerita, il lecchese Luigi Castelletti, a subentrare nella carica di capo-guardia. Poco dopo, l'Amministrazione Comunale dell'epoca modificò la carica nella denominazione di Ispettore Urbano.

Dopo essere stati impegnati a controllare particolarmente il mercato e il connesso movimento di carri, i nascenti vigili urbani ebbero i primi guai della circolazione stradale con i... terribili velocipedi. All'inizio del secolo ventesimo i marciapiedi di Corso Vittorio Emanuele, l'attuale Corso Martiri, erano divenuti piste per corse ciclistiche da Lecco a Pescarenico, e viceversa, con grande spavento delle signore, dei passanti, in modo particolare nei pomeriggi domenicali della stagione estiva quando il « corso » si prestava a passeggiate di famiglie o di gruppi di amici.

Una delibera del Consiglio Comunale vietò ai ciclisti il transito sui «viali laterali di Corso Vittorio Emanuele». Apriti cielo: la rivoluzione dei «patiti» delle due ruote fu sull'orlo di esplodere. Subito si formò un numeroso gruppo di « ciclisti » che inoltrò un dettagliato esposto alla Giunta. Veniva chiesa la possibilità di percorrere in bicicletta almeno un viale laterale del Corso, «preferibilmente quello a sinistra arrivando da Lecco a Pescarenico». La petizione ricordava che i ciclisti pagavano fior di contributi alle casse civiche (vi era la tassa sui velocipedi) e che la parte centrale del Corso Vittorio Emanuele non sempre era in condizioni pedalabili, pur trattandosi di strada indispensabile per parecchi lavori. I promotori dell'esposto promettevano poi di percorrere la via a velocità moderata, senza recar danno o molestia a qualsiasi persona, e di non transitare nei pomeriggi dei giorni festivi. Il Comune avrebbe dovuto impegnarsi a collocare, all'inizio del Corso, ovvero in Largo Manzoni e a Pescarenico, le indicazioni relative ai permessi e ai divieti.

L'esposto venne firmato da una cinquantina di «ciclisti», con, in prima fila, Alessandro Manzoni (non certo l'autore dei Promessi Sposi), Francesco Gattini, Vittorio Stefanoni, Enrico Campanari, Siro Viganò, Paolo Resinel li, Adolfo Belgeri.

La Giunta, nell'aprile del 1900, non accolse la domanda dei ciclisti in quanto alcuni abitanti di Pescarenico avevano, contemporaneamente, chiesto il permesso di transitare con carrette a mano lungo i viali laterali di Corso Vittorio Emanuele. La Giunta giustificò il provvedimento con l'intenzione di voler evitare un conflitto di interessi, concedendo a qualcuno e negando ad altri il permesso, e avendo altresì il timore di creare gravi pericoli per il transito pedonale.

I battaglieri «ciclisti» non si diedero per vinti ed inoltrarono ricorso al Ministero dell'Interno. Passarono tre anni ed ebbero partita vinta. Un decreto del Re, in data 7 ottobre 1903, annullava la delibera del Consiglio Comunale, in materia di divieto di transito dei velocipedi in alcune zone cittadine. Ma fu la vittoria di una battaglia, non quella di una guerra.

L'anno successivo, 1904, infatti, l'argomento «velocipedi» tornò alla ribalta del Consiglio Comunale, dopo nuove proteste e polemiche da parte di numerosi cittadini.

Questa volta i divieti giunsero numerosi: riguardavano vie, viali e marciapiedi. Nel primo settore era vietato il transito nelle vie del Pozzo, Giacomo Anghileri, Amilcare Airoldi, Canonica, Gazometro, Andrea Appiani (allora era un vicolo). Si chiudevano al passaggio dei velocipedi il Viale compreso tra la riva d'approdo e gli alberi del lungolago, dalla foce del Gerenzone allo sbocco di Via Nizza; quello del «giardinetto», sempre sul Lungolago, verso il torrente Caldone; i Viali di Piazza Mazzini e Largo Manzoni, compresi tra gli alberi e il Caldone. Ed infine un elenco di marciapiedi: quelli delle vie Visconti, Corso Vittorio Emanuele, Ponchielli (oggi Leonardo da Vinci), Mentana, Muzzi (dedicata poi alla medaglia d'oro Salvatore Sassi).

Entrato in vigore il provvedimento non mancarono i soliti contravventori, individuati dai solerti vigili urbani. E fu quest'ultimo un compito più arduo del previsto: gli scatenati giovani in velocipede erano abili nell'evitare i «ghisa» e nel compiere velocissime fughe, approfittando anche del mezzo, quando scorgevano in lontananza la divisa di un tutore della disciplina stradale. I vigili non mancarono di trasformarsi in podisti, ma, contro la potenza delle due ruote, tante…prede prendevano il largo. E così venne la dotazione di biciclette al Corpo dei Vigili, per combattere, ad armi pari, una battaglia che il «boom» della circolazione automobilistica ha relegato nei ricordi.
 




CARNEVALONE DI LECCO La tradizione del Carnevalone lecchese con re Resegone risale alla seconda metà dell'Ottocento. Era, infatti, il 1884 quando un gruppo di bontemponi, per vivacizzare la vita troppo tranquilla di una città di provincia decisero di festeggiare il carnevale nominando re Resegone. L'iniziativa ebbe successo e qualche anno dopo si aggiunse regina Grigna, interpretata da un giovane che indossava abiti femminili. Si riteneva, infatti, che fosse troppo sconveniente per una donna vestirsi di maschera. La tradizione ha avuto fasi alterne, percorrendo tutto il periodo della bella époque e poi l'inizio del Novecento, quando era sempre numeroso e affollatissimo il corteo mascherato del sabato pomeriggio e il veglione presso il Teatro della Società. Si ebbe poi una lunga interruzione, con la ripresa negli anni '50, prima per iniziativa di un comitato dell'Unione Commercianti e poi con l'Elma. Una nuova interruzione si ebbe agli inizi degli anni '60, quando si ripiegò con una sfilata di mascherine riservata ai piccoli sul palco del Cinema Impero, poi Europa, ora demolito.

La ripresa in grande stile si ha nel 1976, grazie all'Elma: con la scomparsa dell'Elma la tradizione viene mantenuta e rinvigorita grazie alla nostra associazione.

Momenti principali del Carnevalone lecchese sono: la consegna delle chiavi della città a re Resegone, la domenica grassa, presso il municipio, la visita della coppia regnante alle scuole, all'istituto Airoldi e Muzzi, l'incontro con i ragazzi diversamente abili presso il circolo Campaniletto di Pescarenico, il giovedì delle mascherine in piazza XX Settembre con un lungo pomeriggio di animazione e di coriandoli. Il momento principale resta la grande sfilata con carri e gruppi mascherati del sabato pomeriggio e poi la festa popolare nelle piazze del centro che allo scoccare della mezzanotte vede re Resegone restituire le chiavi della città al sindaco, dopo averle tenute per tutta la settimana grassa.

Ecco tutti i regnanti

2012
Re: Angelo Zibetti
Regina: Ylenia Negri
2011
Re: Patrizio Todeschini
Regina: Barbara Gerosa
2010
Re: Silvano Panzeri
Regina: Giancarla Castelnuovo
2009
Re: Antonio Servedio
Regina: Simona Mazza
2008
Re: Mauro Masic
Regina: Michela Macaccaro
2007
Re: Gian Mario Invernizzi
Regina: Maria Elisa Anghileri
2006
Re: Silvano Sironi
Regina: Marta Cantù
2005
Re: Angelo Battazza
Regina: Marina De Bernardi
 2004
Re: Marcello Villani
Regina: Nicoletta Orlandi
  2003
Re: Gian Battista Valseschini
Regina: Rossana Dell’Oro
   2002
Re: Carmelo Panzeri
Regina: Marina Riva
  2001
Re: Pierdomenico Frigerio
Regina: Silvana Silveri
   2000
Re: Giuseppe Barlassina
Regina: Michela Bussolari
    1999
Re: Marco Cariboni
Regina: Silvia Vitali
  1998
Re: Peppino Rusconi
Regina: “Marilisi” Imberti
   1997
Re: Amanzio Aondio
Regina: Daniela Montani
   1996
Re: Gustavo Gnecchi
Regina: Lilli Pozzi







Cinquant’anni dalla scomparsa di mons. Giovanni Borsieri
Sono trascorsi cinquant’anni. Era la notte di giovedì 10 gennaio 1963, quando nella canonica della basilica di San Nicolò cessava di vivere mons. Giovanni Borsieri, prelato domestico di Sua Santità, prevosto di Lecco dal 1930. Le sue condizioni di salute erano peggiorate nel pomeriggio precedente e il medico curante, dott. Domenico Colombo aveva capito imminente il trapasso. All’infermo era stato amministrato il Sacramento dell’Estrema Unzione da parte di mons. Enrico Assi, alla presenza di tutti i sacerdoti della parrocchia di San Nicolò.


L’annuncio della morte di mons. Borsieri, subito diffusosi in città, nella prima mattinata di giovedì, con le campane che suonavano a lutto, destava ovunque profondo cordoglio. La camera ardente, allestita presso la sua abitazione in via Canonica, diveniva subito meta di un continuo pellegrinaggio di autorità, clero, fedeli e popolazione. Nelle vie della città venivano affissi i manifesti dell’Amministrazione Comunale e della parrocchia di San Nicolò, nei quali si ricordava la figura e l’opera di mons. Borsieri, da oltre trent’anni prevosto di Lecco.

Nella mattinata di sabato 12 gennaio le spoglie di mons. Borsieri venivano traslate nella basilica di San Nicolò, dove hanno ricevuto l’ultimo omaggio dei lecchesi. Dalla basilica hanno preso il via le solenni onoranze funebri. Il Giornale di Lecco del 14 gennaio 1963 ha scritto “Si può veramente dire, senza tema di esagerare, che tutta la città di Lecco ha reso l’ultimo saluto al suo amato prevosto. Il corteo ha percorso via Cavour, via Roma, piazza Manzoni, piazza Mazzini, piazza Garibaldi e il lungolago Isonzo tra due ali di folla in silenzioso raccoglimento”.

Il funerale era aperto da rappresentanze degli oratori, degli istituti e dei collegi della città, da scuole di ogni ordine e grado, dalle associazioni di Azione Cattolica; seguivano la banda Manzoni, ufficiali e soldati della caserma Sirtori, parroci e clero della Pieve, autorità e popolazione. Il carro funebre era scortato da vigili urbani. Reggevano il fiocco don Luigi Bellada, il sindaco Alessandro Rusconi, il presidente della Provincia, Aldo Rossi, il medico Domenico Colombo, mons. Delfino Nava, don Luigi Oggioni. L’inclemenza del tempo, nevicava, non impedì la grande manifestazione d’affetto che i lecchesi vollero rendere al prevosto che li aveva capiti e che aveva saputo farsi volere tanto bene. Sulla scalinata di San Nicolò, verso la basilica per la solenne officiatura funebre, la bara venne portata a spalle dagli uomini di Azione Cattolica del convegno parrocchiale Toniolo guidati dal cav. Luigi Annoni e dal dott. Renato Pizzi.

Mons. Giovanni Borsieri, che aveva al momento del decesso 85 anni, è sepolto nella cappella del clero presso il cimitero Monumentale di via Parini.




La grande paura dell’autunno 1976

Lecco ebbe tanta paura nell’autunno 1976; un precedente che può ricordare la profezia dei Maya per il 21 dicembre 2012 della quale tanto si parla ormai da mesi.

Le voci dell’autunno 1976 per la città di Lecco erano nate non si sa dove. Alcuni parlavano di un noto sismologo, altri di una trasmissione della Svizzera Italiana, altri ancora di maghi e stregoni del futuro.

Ma, in fondo, cosa doveva succedere? Sempre per sentito dire veniva annunciato che fra il 13 ed il 19 ottobre Lecco doveva essere sconvolta da un terremoto o da un cataclisma d’altra natura che avrebbe avuto il suo epicentro sul lago, oppure in corrispondenza del monte San Martino. Cittadini preoccupati tempestavano di chiamate telefoniche il municipio di piazza Diaz, il comando dei vigili urbani ed anche le caserme di Carabinieri, Polizia e Vigili del Fuoco. Le voci indicavano un quadro apocalittico, con altre onde che si sarebbero sollevate dal lago per investire la costa ed, in particolare, la città di Lecco. Altri, invece, indicavano che l’evento straordinario sarebbe partito dalle pendici del monte San Martino, con una gigantesca frana precipitata a valle dalle pareti sovrastanti la zona Caviate. Le conseguenze sarebbero state veramente tremende per la città e per tutto il territorio vicino. Qualcuno riferiva anche di partenze di lecchesi che abbandonavano la città per qualche giorno, visto il gravissimo pericolo incombente.

La notte tanto attesa venne poi indicata in quella del 15 ottobre, quando al tramonto una pioggerellina autunnale iniziò a cadere sulla città. Alcuni bar calarono prima del tempo i battenti, mentre gli ultimi clienti si affrettavano verso casa per essere vicini alla famiglia di fronte ad ogni evenienza. La notte trascorse tranquilla, senza un minimo cenno di terremoto, frana od altro cataclisma. Le scuole, gli uffici, le fabbriche ripresero regolarmente la loro attività di buon mattino; nei bar si commentava l’accaduto con sorrisi di sollievo e di scampato pericolo. Si parlava dei soliti burloni che cercavano di animare così la fin troppo tranquilla e monotona vita di provincia. Ma tutti erano contenti che la profezia, alla resa dei conti, si era dimostrata proprio una grande “balla”.
Aloisio Bonfanti







CALENDARIO Calcio Lecco
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Le celebrazioni centenarie appena avviate del Calcio Lecco consentono di ricordare il calendario dell’anno 2003 della serie storica edita da Emmepi, con note di Aloisio Bonfanti. Il calendario viene riprodotto da Elleci online con tutto il materiale fotografico ed anche con le testimonianze dei giornalisti Renato Corbetta e Sergio Frigerio, che vissero quella stagione indimenticabile del Lecco in serie A, quando alla tribuna stampa del Rigamonti arrivava anche il famoso Gianni Brera, che verrà fra qualche settimana commemorato nel ventennale della sua scomparsa.
La documentazione fotografica parte dal primo campo di gioco dei blucelesti, quello della “Primavera”, esercizio pubblico dell’allora via Ponchielli, oggi via Leonardo da Vinci, che apriva i battenti di fronte alla Caserma Sirtori, oggi sede distaccata di uffici della Questura. Il campo era stato preso in affitto dalla Canottieri Lecco all’inizio del 1914, dopo che la sezione Football della Canottieri stessa era stata istituita nell’assemblea dei soci del 22 dicembre 1913, su proposta avanzata da Vico Signorelli. Quest’ultimo, nativo di Gonzaga, in provincia di Mantova, era poi venuto a Lecco, appassionato del remo e poi del calcio. Morì tragicamente a soli 38 anni il 3 agosto 1924, mentre si trovava su un’imbarcazione al largo della punta della Malpensata (dove oggi si trova la statua di San Nicolò) quando un improvviso uragano rovesciò il natante. Vico Signorelli è sepolto presso il cimitero Monumentale di via Parini.
La documentazione della Primavera viene seguita da quella relativa al campo di gioco detto Cantarelli, su terreni di proprietà della famiglia Ceppi, nell’allora Comune di Castello. L’inaugurazione risale al 1922.
C’è poi tutto lo spazio fotografico relativo al vecchio Cantarelli, divenuto successivamente Mario Rigamonti nel 1949, dopo la tragedia aerea di Superga con il grande Torino ed, infine, Rigamonti Ceppi, nel decennale (1993) della scomparsa del presidentissimo Mario Ceppi. Il calendario 2003 venne pubblicato con il titolo “I blucelesti del Calcio Lecco – Fotostoria degli anni migliori in A ed in B”. La presentazione ebbe luogo nel negozio del popolare Baldo, in via Roma, il vulcanico Angelo Gattinoni, detto Gatt, cultore di tradizioni lecchesi ed anche fantasista bluceleste con i suoi schizzi e disegni, come quello immortalato nel tempo dell’aquilotto che sul lago, all’ombra del Resegone scende in picchiata sul vecchio, stringato pallone di cuoio.




Calcio Lecco 
Il 22 dicembre 1913 la nascita
La data ufficiale della costituzione del Calcio Lecco è il 22 dicembre 1913, durante un’assemblea straordinaria della Canottieri Lecco, con il presidente Giuseppe Riccardo Badoni ed il segretario Libero Corti. La riunione venne convocata dopo che nella seduta del Consiglio della Canottieri del 3 dicembre 1913 era stata approvata la richiesta di un’assemblea straordinaria per dar vita ad una sezione Calcio all’interno del sodalizio bluceleste.
Una formazione bluceleste anni ’55
Cartolina del Lecco, serie A anni ‘60

Il verbale del 3 dicembre 1913 registra quanto segue: “Constatata regolare la domanda inoltrata da venti soci per la riunione di un’assemblea che tratti la proposta di istituzione di una sezione Football, si stabilisce di esporre nell’assemblea stessa il desiderio che la sezione venga istituita per ora solamente a titolo di esperimento colla clausola che tutti i componenti siano soci della Canottieri Lecco”. Erano presenti alla riunione di Consiglio del 3 dicembre 1913, oltre al presidente Giuseppe Riccardo Badoni, i consiglieri Paolo Ghislanzoni, Mario Wilhelm, Francesco Corsi, Francesco Tagliaferri, Libero Corti. L’assemblea straordinaria venne indetta per il 22 dicembre 1913 (erano presenti 71 soci). Il verbale, redatto da Libero Corti, scrive: “Il presidente apre la seduta invitando quel gruppo di soci che propone istituire una sezione per il gioco del calcio, a voler esporre i loro intendimenti ed a nome del gruppo parla il socio Vico Signorelli, dicendo come, con l’intenzione di mantenere in attività durante l’inverno i giovani che nella stagione estiva si dedicano al canottaggio, essi propongono l’istituzione di detta sezione, alla quale potrebbero partecipare altri ottimi elementi cittadini, dando così vita a Lecco ad un altro sport divulgatissimo ovunque e che appassiona la gioventù”.

Al termine di un ampio dibattito, con qualche intervento divergente di istituire la sezione Calcio, ritenuto sport “non affine al canottaggio”, la proposta venne approvata con la riserva di avviare una fase sperimentale. L’assemblea nominò un’apposita commissione per l’istituendo settore Football, chiamando nella stessa i soci Vico Signorelli, Renzo Fabris, Giuseppe Cazzaniga, Domenico Galli e, come rappresentante del Consiglio della Canottieri stessa, Libero Corti.

I nuovi atleti della sezione Football avrebbero indossato le casacche blucelesti, i colori sociali ed ufficiali della Canottieri Lecco, come da regolamento approvato nell’assemblea generale del 1° aprile 1897, quando era presidente Antonio Cima.

Quel 22 dicembre 1913 prese avvio la storia calcistica lecchese, che registrerà un’altra fondamentale tappa nel 1931, quando si decise la costituzione di un’associazione autonoma, staccandosi dalla Canottieri. Sino ad allora, dal primo campionato disputato nel 1920, la formazione si presentava con la denominazione Canottieri Lecco.
Nell’ottobre 1922 venne inaugurato il nuovo campo di gioco, detto ai Cantarelli, realizzato su terreni della famiglia Ceppi nell’allora Comune di Castello sopra Lecco, assorbito dalla “Grande Lecco” il 1° marzo 1924. Il rettangolo di gioco era sulla stessa area dell’attuale stadio Rigamonti-Ceppi.
Raduno di vecchie glorie di A e B allo stadio Rigamonti-Ceppi

Il compianto ed indimenticabile avvocato Arnaldo Ruggiero, nel gennaio 1960, ricordando la storia del calcio bluceleste, che aveva vissuto ventenne come socio della Canottieri Lecco, aveva anche ricordato il primo campo da gioco sorto nell’attuale via Leonardo da Vinci, davanti alla ex caserma ora sede di uffici della Questura. Ruggiero aveva ricordato che il 18 marzo 1914, il Consiglio della Canottieri Lecco aveva deciso di stipulare il contratto di locazione sul terreno detto della Primavera, trattoria esistente davanti alla Caserma Sirtori, nell’allora via Amilcare Ponchielli. Era praticamente un vasto e lungo cortile dove vi erano anche depositi di materiali edilizi. Il rettangolo di gioco confinava con il corso del Caldone scoperto, dove oggi c’è viale della Costituzione e raggiungeva nella sua parte alta l’attuale via Aspromonte. E’ stato il primo campo calcistico della squadra bluceleste sino al nuovo campo sportivo ai Cantarelli di Castello, che proprio in questi giorni raggiunge i 90 anni dalla sua inaugurazione.
Aloisio Bonfanti


LA FESTA DI LECCO
(prima domenica di ottobre)
Processione con la statua della Madonna del Rosario in piazza Cermenati. Prima domenica di ottobre 1987.
La Festa del Rosario fu istituita per ricordare la famosa vittoria del 7 ottobre 1571. Pio V aveva decretato che l'avvenimento fosse commemorato con la denominazione di «Ricordo della Madonna della Vittoria», ma Gregorio XIII, il 1° aprile 1573, decise di istituire la festa della Madonna del Rosario, fissando come data quella della prima domenica di ottobre. Clemente XI, nel 1716, estese la festa a tutta la Chiesa e Leone XIII dispose che l'invocazione « Regina del Santo Rosario » venisse inserita nelle Litanie Lauretane. La festa del Rosario, la festa della prima domenica di ottobre, divenne nei secoli la festa di Lecco, scavalcando per importanza, per partecipazione popolare, per solennità di riti religiosi e di manifestazioni civili, la ricorrenza del patrono San Nicola.

Esiste un motivo: già con il provvedimento di Pio V le Confraternite del Rosario avevano iniziato a ricordare con solenni processioni l'anniversario della vittoriosa battaglia di Lepanto. Le celebrazioni ebbero maggiore tono dopo i decreti di Gregorio XIII e di Clemente XI. Nel 1795 Lecco annoverava la ricostituita e fiorente confraternita del Santissimo Sacramento, che aveva scelto come patroni la Madonna del Rosario e S. Marta. I confratelli non badavano a spese pur di solennizzare, nel migliore dei modi, la ricorrenza dei loro patroni: la festa del Rosario divenne tanto importante da entrare nella tradizione popolare come la maggiore solennità dell'anno.

Scriveva, nel 1964, il compianto Aristide Gilardi, ricordando le feste di Lecco dei tempi trascorsi. «Otto giorni prima della festa, le campane della Prepositurale suonavano a distesa, ogni anno, per la Novena. Era un dolce ed armonioso scampanio che pareva raccogliesse - fondendoli ed orchestrandoli per la distanza - quelli che ancora vibravan per l’aria di Olate per la festa dell'Addolorata o di Germanedo per la ricorrenza della «Rovinata». La vigilia era di mezza festa. La domenica mattina era tutta dedicata alle pratiche religiose; il pomeriggio tutto per la processione, che si snodava lenta, solenne, per le vie cittadine, con la «Banda», tutte le confraternite, tutte le associazioni, tutto il popolo. Si sentiva profondamente che era la processione della festa di Lecco, di tutta Lecco. Poi, il lunedì successivo, la grande fiera del bestiame che era molto frequentata perché l'ultima dell'anno agricolo e nell'imminenza di chiudere, per l'inverno, le bestie in stalla. Ma tra la fiera e la giornata religiosa si inserivano i baracconi con giostre, tiri a segno, toboga e magari un piccolo serraglio. Una nota di folclore che a noi, fanciulli, pareva allora, chissà che cosa».
Festa di Lecco 1963. Da sinistra: vice sindaco Nicoletta Nava, mons. Enrico Assi e il sindaco Alessandro Rusconi.
Nel recente dopoguerra la festa di Lecco ha perso rapidamente importanza, anche per una accentuata valorizzazione civica della ricorrenza di San Nicola. La giornata della prima domenica di ottobre, era praticamente la festa del vecchio borgo; era sorta nei confini di un comune che non andava oltre la linea ferroviaria, il corso del Bione, il poggio di S. Stefano La nuova realtà territoriale, scaturita dall'unificazione a Lecco di sette comuni confinanti, avvenuta tra il 1924 e il 1928, ha modificato progressivamente consuetudini e tradizioni. Rimane un piccolo ricordo: la Messa solenne, in Basilica, con l'intervento delle Autorità e del Civico Gonfalone. Sono quattro le cerimonie religiose cittadine, nel corso dell'anno, che prevedono, secondo una apposita delibera del Consiglio Comunale, la presenza del Gonfalone scortato da vigili urbani: la processione plebana del Corpus Domini; la benedizione serale del lago il 29 giugno; la celebrazione della Messa solenne nella prima domenica di ottobre e nella ricorrenza patronale di S. Nicola.
Estremamente limitata, attualmente, nel programma la giornata della Madonna del Rosario, è stata per secoli un grande appuntamento per i lecchesi, è stata la festa delle feste. Rivediamo velocemente le date, gli avvenimenti più importanti.

1624 - Si celebra, con grande solennità, la prima incoronazione della Madonna del Rosario. Affluiscono a Lecco processioni da tutto il territorio. E' Prevosto Mons. Giovanni Stefano Bossi. L'incoronazione della Vergine è salutata dai colpi di cinque cannoni e dagli spari di duecento archibugieri spagnoli disseminati sugli spalti della fortezza per ordine del Governatore don Francesco Mendozza. La consorte del Governatore, Anna Peralta, dona per la statua della Madonna «una veste di brocato con li ricami d'oro superbissimi» come ricorda, nella cronaca di quella cerimonia, Gianantonio Agudio.

1629 - Il simulacro cinquecentesco della Vergine del Rosario viene portato processionalmente lungo le contrade del borgo per implorare protezione contro il terribile morbo della peste. Guida la processione il prevosto Longo. La «Madonna della peste», così chiamata da allora, si venera oggi nella Chiesa di S. Marta dove venne trasportata nel 1822 dalla Basilica di San Nicola. E' la stessa statua dell'incoronazione del 1624.

1763 - Un solenne triduo si svolge nei giorni 24-25-26 luglio con l'intervento di Mons. Marini, vescovo di Tegaste. L'archivio parrocchiale di Lecco conserva un documento dove si legge «Il terzo giorno fu cantata la Messa Pontificale dal suddetto Monsignore Vescovo ed anche i Vespri, dopo i quali s'incominciò la gran processione». Affiancavano il Vescovo, i Prevosti di Lecco, Olginate, Oggiono e Primaluna. In processione vi era «il conte Antonio Airoldi, Feudatario di Lecco, accompagnato da moltissima nobiltà e da tutti li signori del paese con le torchie accese in mano. La processione suddetta sortì di Porta Nuova, si estese molto dentro del Prato di Lecco, con buon ordine, essendo per tutto lungo il corso della medesima piantati i paloni e sopra le tende, ed entrò per Porta Vecchia».

1795 - Viene costituita la Confraternita del Santissimo Sacramento. La nuova Confraternita riceve praticamente l'eredità delle soppresse Scuole di S. Marta e del S. Rosario. Si decide di celebrare con solennità maggiore la Festa della Madonna del Rosario.

1885 - Ha inizio la serie delle accademie serali, il giorno della festa di Lecco, organizzate dai giovani cattolici del Circolo Beato Pagano.

1888 - Grandi celebrazioni con l'intervento dell'Arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana. Fra i presenti il vescovo di Como, Mons. Nicora, il vescovo di Zama, Mons. Mascaretti, il prevosto mitrato di S. Ambrogio in Milano, Mons. Bordoni. Nell'occasione viene eseguita, in Prepositurale, durante la Messa solenne delle undici, l' «Ave Maria» composta dal maestro lecchese Luigi Vicini.

1892 - S'inaugura il palio in bronzo dell'altare maggiore della Chiesa di San Nicola. Riproduce, in rilievo, il celebre affresco dell'Ultima Cena di Leonardo da Vinci, presso il convento delle Grazie in Milano. E' un dono del prevosto Galli.

1897 - Viene in visita pastorale il Cardinal Ferrari Un gruppo di anticlericali indirizza al porporato fischi ed insulti nelle vicinanze della stazione ferroviaria. C'è anche il tentativo di gettare, sul baldacchino rosso del corteo cardinalizio, un bicchiere di vino. L'Arcivescovo Ferrari tornerà due altre volte in occasione della Festa del Rosario: 1907 e 1912. Sarà accolto da una folla entusiasta.

1908 - Sciolto il Circolo Beato Pagano, con l'arrivo del Prevosto Vismara, termina la serie delle accademie serali. Vengono sostituite dalla «Gara Catechistica» presso l'Oratorio S. Luigi. Una «gara» che durerà sessanta anni interessando diverse generazioni di ragazzi lecchesi.

1915-18 - Gli eventi tragici del primo conflitto mondiale suggeriscono la sospensione della processione pomeridiana. Si svolge in Prepositurale un'ora di adorazione per chiedere alla Madonna protezione e conforto per i numerosi giovani lecchesi che combattono nelle insanguinate trincee della prima linea.

1920 - Riprende, dopo la parentesi bellica, la grande «festa». Interviene il Vescovo di Savona, Mons. Scatti.

1946 - E' passata un'altra guerra, non meno dolorosa e tragica della prima. Il Cardinal Schuster pone il diadema regale alla Vergine del Rosario e al Bambin Gesù. E' domenica 10 febbraio. Sono presenti il Vescovo di Como, Mons. Macchi e il Vescovo di Casale Monferrato, Mons. Angrisani. La Basilica è insufficiente a contenere i fedeli accorsi. Le due corone sono offerte dalla cittadinanza in riparazione del sacrilego furto avvenuto presso l'Altare della Madonna la notte del 28 gennaio 1944.
Viene incoronata la statua che ancor oggi si trova presso l'altare della Madonna in Basilica. Risale all'inizio del 1700. La Vergine mostra con la mano destra la corona del Rosario mentre con la sinistra regge il Bambino.


1954 - E' l'Anno Mariano. La processione della «festa» vede la numerosa partecipazione delle rappresentanze di tutte le parrocchie della città con stendardi e bandiere. Al termine, in piazza Cermenati, di fronte a diverse migliaia di persone, il Prevosto Borsieri legge la formula di consacrazione di Lecco alla Madonna. Nell'omelia di circostanza Mons. Borsieri ricorda le tre consacrazioni della nostra città alla Madonna avvenute in precedenza: quella dopo la carestia del 1562, quella della peste del 17° secolo e quella del 1949 dopo la «Peregrinatio Mariæ».

1961 - Il Cardinal Montini apre, in Basilica, la grande Missione cittadina. Viene predicata contemporaneamente in quattordici parrocchie da cinquanta sacerdoti e religiosi di varie congregazioni.

1963 - La processione pomeridiana riporta dalla Basilica in S. Marta il simulacro della «Madonna della Peste». La statua era stata tolta, dopo secoli, dalla nicchia della chiesetta di via Mascari per alcuni restauri e portata processionalmente per le vie di Lecco, il 30 maggio, nel quadro dei festeggiamenti per l'ingresso ufficiale del nuovo Prevosto Mons. Enrico Assi.




Tratto da “Da Santo Stefano a San Nicola” di Aloisio Bonfanti (anno 1974)

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